11/09/2026
11 settembre 2001. Venticinque anni dopo.
Ci sono eventi che entrano nei libri di storia e altri che cambiano il modo in cui una società pensa se stessa e guarda il mondo. L’11 settembre è uno di questi.
Non fu soltanto un attacco terroristico. Fu una frattura nell’immaginario occidentale. La paura prodotta da quell’attacco diventò rapidamente una potente risorsa politica: quando una società si percepisce come permanentemente minacciata, diventa più incline ad accettare limitazioni e decisioni che, in condizioni ordinarie, incontrerebbero maggiori resistenze.
La paura non determina automaticamente una scelta politica, ma costruisce il terreno sul quale quella scelta può ottenere consenso. Se il pericolo appare imminente, eccezionale e potenzialmente ovunque, cresce la richiesta di sicurezza e, con essa, la disponibilità ad accettare più controlli, sorveglianza, restrizioni delle libertà e interventi militari.
Il consenso nasce allora non necessariamente dalla convinzione che una politica sia desiderabile, ma dalla convinzione che sia necessaria. Così l’emergenza può trasformarsi in normalità.
La conseguenza fu anche culturale: il bisogno di individuare un nemico facilmente riconoscibile alimentò, in una parte dell’opinione pubblica, l’associazione tra terrorismo e Islam, tra musulmano e possibile minaccia, tra differenza e pericolo. La paura semplifica: trasforma la complessità in contrapposizione, l’incertezza in sospetto, l’altro in un potenziale nemico.
Venticinque anni dopo, ricordare l’11 settembre significa dunque interrogare il rapporto tra paura, consenso e potere.
Perché il terrorismo può colpire in un giorno. Una società impaurita può invece cambiare per anni il proprio modo di intendere libertà, sicurezza e persino l’idea di chi sia il proprio nemico.
È anche questo il compito della storia: non dirci soltanto che cosa è successo, ma aiutarci a capire come gli eventi cambiano le società e come le società, attraverso le proprie paure, finiscono talvolta per legittimare il mondo che viene dopo.