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I Corbezzoli o Russoli..
08/10/2026

I Corbezzoli o Russoli..

Cattedrale di Altamura.
06/10/2026

Cattedrale di Altamura.

ALTAMURA, L’IMPREVISTO DI UNA GIORNATANon sempre è possibile organizzare una giornata come si vorrebbe. Oggi avevo tutt’...
06/10/2026

ALTAMURA, L’IMPREVISTO DI UNA GIORNATA

Non sempre è possibile organizzare una giornata come si vorrebbe. Oggi avevo tutt’altro programma, quando un amico giornalista mi ha telefonato chiedendomi se fossi disponibile ad accompagnarlo ad Altamura per realizzare un servizio fotografico destinato a un settimanale straniero. Il suo fotografo gli aveva dato buca all’ultimo momento.
La mia prima risposta è stata esitante: «Forse non sono all’altezza». Ma non c’era tempo per pensarci. Ho preparato l’attrezzatura e, dopo appena quindici minuti, il clacson sotto casa mi ha richiamato alla realtà. Sono sceso e siamo partiti, direzione Altamura, passando da via Cassano.
Arrivato nella città federiciana, ho scoperto con meraviglia un centro vivace e pieno di visitatori. Tanta gente passeggiava tra le strade antiche, animate dagli stendardi medievali appesi lungo il centro storico. Una scenografia perfetta, capace di restituire ad Altamura il fascino della sua storia.
Ho scattato moltissime fotografie, cercando di raccontare la città, i suoi vicoli, i colori, il lavoro e le persone. E naturalmente non potevo tornare a casa senza qualche acquisto: pane, biscotti e focaccia, sapori che da soli raccontano una terra.
La coincidenza più sorprendente? Proprio ieri sera un amico altamurano mi aveva telefonato dicendomi: «Franco, quando ti fai vedere per fare due chiacchiere?». Neanche ventiquattr’ore dopo ero lì. Strana la vita: a volte prepara gli incontri e i viaggi prima ancora che noi possiamo immaginarli.
Non avendo tempo per la post-produzione, ho consegnato direttamente la scheda SD al mio amico giornalista: «Pensateci voi a scegliere e ottimizzare le immagini». Per me ho conservato soltanto pochi scatti, ma significativi. Forse non raccontano tutta Altamura, ma ne custodiscono l’essenza: la pietra, il pane, la storia e quella vitalità che una giornata nata per caso mi ha permesso di riscoprire.

05/10/2026

🎶 SALIS & ZANCHINI | DUE PRESTIGIATORI DELL'IMPROVVISAZIONE
L I B E R I
📍 Venerdì 9 ottobre | ore 21.00
Teatro Forma – Bari
Per la rassegna «Soundscapes»

Due musicisti straordinari. Due virtuosi dell’improvvisazione. Un incontro che sfugge a qualsiasi classificazione.

Antonello Salis e Simone Zanchini Accordion arrivano al Teatro Forma con un progetto costruito sulla libertà creativa, sull’ascolto reciproco e sull’imprevedibilità.

Pianoforte e fisarmonica, acustica ed elettronica, tecnica e istinto si incontrano in un dialogo musicale sempre vivo.

Da oltre venticinque anni condividono palcoscenici e visioni musicali, trasformando ogni concerto in un autentico gioco a due fatto di energia, ironia, invenzione e continua sorpresa.

🎟️ Info e prenotazioni:338.9031130
🎫 Prevendite online: https://www.liveticket.it/evento.aspx?Id=641454&InstantBuy=1

Liveticket
Un nuovo appuntamento con la grande musica e con due protagonisti assoluti della scena jazz internazionale.

Tricase, un Salento che non si lascia raccontare in frettaTricase, per me, non è mai stata soltanto una località da ragg...
01/10/2026

Tricase, un Salento che non si lascia raccontare in fretta
Tricase, per me, non è mai stata soltanto una località da raggiungere per trascorrere qualche giornata al mare. È un microcosmo, uno dei luoghi più complessi e affascinanti dell’intero Salento: una terra nella quale, nel giro di pochi chilometri, si incontrano la storia delle lotte sociali, la fatica delle tabacchine, i palazzi nobiliari, i castelli, le antiche cantine, la poesia, il cinema, la civiltà contadina e un Adriatico capace di essere luminoso e accogliente, ma anche severo, scuro, agitato dal vento.
Il mio interesse per Tricase cominciò molto prima di conoscerla veramente. Nacque attraverso lo studio della rivolta del 15 maggio 1935, una pagina che ho letto, approfondito e ripreso più volte. Quel giorno contadini, lavoratori e soprattutto donne impiegate nei tabacchifici scesero in piazza per difendere il proprio lavoro. Non chiedevano privilegi: chiedevano di non perdere quel poco che permetteva alle loro famiglie di vivere. In una terra povera, nella quale il tabacco rappresentava un salario, una speranza e spesso l’unica possibilità di sopravvivenza, la minaccia della disoccupazione significava fame.
Lo Stato fascista rispose con le armi. La forza pubblica sparò contro la folla, lasciando cinque morti e numerosi feriti. Tra le vittime c’erano le tabacchine Cosima Panico e Maria Assunta Nesca, il contadino Pompeo Rizzo, Donata Scolozzi e Pierino Panarese, un ragazzo di appena quindici anni. Cinque vite cancellate perché avevano osato chiedere lavoro e dignità. È una storia meridionale che dovrebbe trovare posto nei libri di scuola: racconta la violenza del regime fascista, ma anche il coraggio di una comunità e, soprattutto, delle donne, troppo spesso dimenticate persino quando furono protagoniste delle lotte sociali.
Quando arrivai a Tricase, dunque, non vi giunsi come un turista distratto. Conoscevo già il peso della sua storia. Tuttavia fu una piccola e dolorosa disavventura a permettermi di entrare davvero nel suo paesaggio umano. Una spina di riccio di mare mi costrinse ad andare al pronto soccorso dell’ospedale ecclesiastico. Non potevo guidare e fummo costretti a prolungare la permanenza di qualche giorno.
All’inizio mi sembrò soltanto un contrattempo. Poi compresi che quel riposo forzato mi stava regalando qualcosa. Non avendo fretta di ripartire, potei osservare il territorio con altri occhi. Cominciai a muovermi lentamente, a guardare le facciate delle case, le corti nascoste, i muri di pietra, le campagne segnate dai muretti a secco, gli ulivi, le vigne, le torri, le strade che scendono verso il mare. Tricase smise di essere un semplice punto sulla carta geografica e cominciò a mostrarmi le sue molte anime.
C’era il centro storico, con piazza Pisanelli, Palazzo Gallone, la chiesa di San Domenico e quelle strade nelle quali la luce, riflessa sulla pietra chiara, cambia continuamente colore. C’era Tutino, con il suo castello severo e le antiche mura che avevano visto passare famiglie nobili, contadini e tabacchine. C’era Lucugnano, con Palazzo Comi e la presenza ancora viva del poeta Girolamo Comi: un luogo appartato, quasi sospeso, dove la letteratura sembra nascere direttamente dal silenzio delle stanze e dalla luce della campagna.
C’era poi Tricase Porto, che non mi apparve come una marina costruita esclusivamente per i villeggianti. Era, ed è, un piccolo mondo di pescatori, barche, moli, scalinate, reti, case affacciate sull’insenatura e uomini che conoscono i cambiamenti del vento prima ancora di guardare il cielo. Al mattino il porto possiede una luce limpida, quasi metallica; nelle ore più tarde il colore delle pietre si scalda, mentre il mare entra lentamente nell’ombra.
E c’era Marina Serra, con la sua piscina naturale incastonata fra le rocce, Torre Palane, le grotte e quel mare che non ha nulla di ornamentale. Fuori dalla confusione estiva, il paesaggio riacquista la propria voce: si sente il vento passare tra la vegetazione, il rumore dell’acqua contro gli scogli, l’odore del sale e delle alghe. È un luogo che in ottobre diventa ancora più bello, perché si libera dalla cartolina turistica e ritorna a essere pietra, mare, silenzio.
Ma la scoperta che più mi incuriosì fu Depressa. Già il nome sembrava uscito da un racconto: un nome insolito, quasi malinconico, che faceva immaginare un paese appartato e ripiegato su sé stesso. Invece vi trovai un’altra storia sorprendente. Mi colpì il castello e mi incuriosì la presenza della famiglia Winspeare: un cognome che allora mi sembrò scozzese, certamente britannico, inatteso in un piccolo centro del Capo di Leuca.
Quella famiglia non aveva soltanto abitato il castello, ma aveva costruito intorno alla campagna e alle vigne una lunga esperienza produttiva. Di fronte alla dimora sorgeva l’antica cantina Castel di Salve, fondata nell’Ottocento: volte a stella, pietra leccese, ambienti nei quali il vino riposava mentre fuori trascorrevano le stagioni. Mi affascinava quel legame tra una famiglia arrivata da lontano e una terra meridionale che aveva saputo assorbirla, modificarla e renderla parte della propria storia.
Molti anni dopo quel cognome tornò davanti a me attraverso il cinema di Edoardo Winspeare. Rimasi profondamente affascinato da Pizzicata. In quel film riconobbi il Salento che avevo cercato durante quei giorni: non quello levigato delle campagne pubblicitarie, ma una terra concreta, attraversata dal lavoro, dalla povertà, dai conflitti sociali, dall’amore, dalla gelosia, dalla musica e dai riti della comunità.
La pizzica non era ancora diventata un fenomeno turistico, un grande palcoscenico estivo o un prodotto da vendere. Nel film era ancora un linguaggio profondo, un corpo che si muove, una febbre, un richiamo collettivo. Edoardo Winspeare raccontava il Salento dall’interno, senza abbellirlo e senza umiliarlo. Ne mostrava la durezza e insieme la vitalità, restituendo dignità ai volti, alle campagne e alle persone.
Questa mattina, leggendo sulla Gazzetta del Mezzogiorno l’articolo di Enrica Simonetti, “Mare, castello e idee. Ottobrata a Tricase”, tutti quei ricordi sono riaffiorati. Enrica racconta Tutino e il suo castello, ricorda le stanze nelle quali furono lavorate le foglie di tabacco, conduce il lettore verso Tricase Porto, il Museo delle imbarcazioni tradizionali, il Ciheam, Marina Serra e infine nel centro storico.
Il suo non è soltanto il suggerimento per una gita autunnale. È un invito a guardare Tricase nella sua complessità, a riconoscere ciò che si nasconde dietro la bellezza immediata del mare e dei castelli. Perché sotto quelle pietre rimangono il lavoro delle tabacchine, la fatica dei contadini, le partenze dei pescatori, le idee dei poeti, l’esperienza degli artigiani, le intuizioni degli studiosi e lo sguardo di un cinema che ha saputo raccontare il Salento prima che diventasse una moda.
Per questo considero Tricase un microcosmo di interesse quasi unico nel Salento. Non è un luogo da attraversare velocemente, raccogliendo qualche fotografia e una sosta al mare. È un territorio da leggere come un libro: pagina dopo pagina, fra la rivolta del 1935 e le antiche cantine di Depressa, fra Girolamo Comi ed Edoardo Winspeare, fra il castello di Tutino e le barche di Tricase Porto.
A volte basta una spina di riccio, un pronto soccorso e qualche giorno di immobilità non previsto per scoprire che dietro una località conosciuta esiste un intero mondo. A me accadde così. E da allora, quando penso a Tricase, non vedo soltanto il mare. Vedo le tabacchine in piazza, le foglie di tabacco stese ad asciugare, le vigne di Depressa, le stanze di Palazzo Comi, le mura di Tutino e i volti di Pizzicata. Vedo un Salento profondo che continua a raccontare la propria storia a chi possiede ancora il tempo e la curiosità necessari per ascoltarla.di Enrica Simonetti

Mare, castello e idee: tante soluzioni per trascorrere l'Ottobrata a Tricase

Alla scoperta di un Salento di spighe e campagne, di vecchi profumi e di nuove sfide culturali

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/enrica-simonetti/2153459/mare-castello-e-idee-tante-soluzioni-per-trascorrere-l-ottobrata-a-tricase.html

LA MIA PUGLIA.
29/09/2026

LA MIA PUGLIA.

𝗙𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮: 𝗱𝗮 𝗠𝗮𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗱’𝗔𝗿𝗻𝗲𝗼Leggendo il bellissimo articolo di Enrica Simonetti su Veglie e ...
17/09/2026

𝗙𝗼𝘁𝗼𝗴𝗿𝗮𝗳𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗼̀ 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗮: 𝗱𝗮 𝗠𝗮𝘁𝗲𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗧𝗲𝗿𝗿𝗲 𝗱’𝗔𝗿𝗻𝗲𝗼

Leggendo il bellissimo articolo di Enrica Simonetti su Veglie e sul convento dei Frati Minori, sono tornato con la memoria a un viaggio cominciato molti anni fa e mai veramente concluso: quello attraverso le grotte, le cripte e gli ipogei affrescati della Puglia e della Basilicata.
Tutto ebbe inizio a metà degli anni Settanta, durante gli anni universitari. Un mio docente ci portò in giro per Matera, facendoci conoscere quel mondo sotterraneo nel quale la fede, la storia e l’arte si erano sedimentate nei secoli. Ci parlò anche delle ruberie compiute da alcuni studiosi olandesi che, attraverso la tecnica dello strappo con ventosa, riuscivano a staccare gli affreschi dalle pareti delle grotte per portarli via.
Quelle parole mi colpirono profondamente. Fu allora che cominciai a pensare alla fotografia come a uno strumento capace di documentare e custodire un patrimonio fragile, esposto ai furti, all’incuria e all’azione del tempo. Quel mio primo progetto fotografico non andò a buon fine come avrei desiderato, ma rimase la volontà di continuare a cercare quei luoghi e, prima ancora di fotografarli, di memorizzarli con gli occhi.
Da allora credo di avere visitato e fotografato gran parte degli affreschi conservati nelle grotte e negli ipogei della Puglia e della Basilicata. Ricordo quelli della masseria Jesce di Altamura, la straordinaria Cripta del Peccato Originale di Matera, definita la Ca****la Sistina dell’arte rupestre, i grandi cicli pittorici di Lama d’Antico, gli ipogei e le testimonianze bizantine di Giurdignano, insieme a tanti altri luoghi nascosti nelle campagne o dimenticati ai margini delle strade.
Uno di questi itinerari mi condusse nelle Terre d’Arneo, nel Salento nord-occidentale, una grande pianura che dall’entroterra si distende lentamente verso il mare Ionio. È il territorio compreso tra Veglie, Leverano, Salice Salentino, Guagnano, Nardò e Porto Cesareo: una campagna luminosa, attraversata da lunghe strade tra vigneti, uliveti, campi di grano e terreni un tempo destinati alla coltivazione del tabacco.
L’Arneo appare a prima vista uniforme, ma basta percorrerlo con attenzione per coglierne le continue trasformazioni: masserie isolate, muretti a secco, pozzi, cisterne, pajare e piccoli ricoveri costruiti con la pietra raccolta nei campi. Il rosso della terra si alterna al bianco della roccia calcarea, al verde degli olivi e ai lunghi filari delle vigne dalle quali nascono vini forti e generosi.
È una terra bellissima, ma anche segnata da una storia difficile: le paludi, la malaria, il latifondo e le lotte dei contadini per ottenere il diritto alla terra. Dietro la quiete del paesaggio sopravvive la memoria della fatica, della povertà e delle grandi battaglie sociali che hanno attraversato il Novecento. Le bonifiche cambiarono profondamente quei luoghi, senza cancellare il ricordo degli uomini e delle donne che li avevano lavorati in condizioni durissime.
Nei nostri consueti viaggi nelle Terre d’Arneo andavamo anche alla ricerca dei prodotti che quella campagna continua a offrire: ceci, lenticchie, cicerchie e soprattutto fave. L’acquisto dei legumi diventava così l’occasione per attraversare piccoli paesi, incontrare i produttori e scoprire masserie, chiese e testimonianze che restavano fuori dai percorsi turistici più conosciuti.
Fu durante uno di questi viaggi che arrivammo a Veglie, paese profondamente legato al lavoro agricolo e posto quasi come una porta tra l’entroterra salentino e la costa di Porto Cesareo. Visitammo il convento francescano e scendemmo nella cripta della Madonna della Favana.
Entrare in quella cripta significa attraversare molti secoli in pochi passi. Le immagini della Madonna col Bambino, della Madonna che allatta, del Cristo Pantocratore, di san Michele e degli altri santi riaffiorano lentamente dalla pietra. Il greco e il latino, la tradizione bizantina e quella occidentale convivono sulle stesse pareti e raccontano una terra che per secoli è stata luogo di incontri, passaggi e contaminazioni.
Anche il nome Favana sembrava dialogare con il paesaggio circostante, ancora legato alla coltivazione delle fave. Richiamava inevitabilmente il favismo, quello che da noi era conosciuto come il “male della fava”, contro il quale la Madonna veniva invocata dalla devozione popolare. Storia, agricoltura, fede e tradizioni si intrecciavano così in uno stesso luogo.
La Puglia è una terra simile a un prisma: basta cambiare punto di osservazione perché mostri un volto differente. Non è mai uguale a sé stessa. Può apparire aspra e silenziosa e, subito dopo, fertile, colorata e generosa. Sotto una masseria, dietro una chiesa o nel silenzio di una lama può nascondersi un frammento di storia millenaria.
Continuo perciò a fotografare ciò che rimane dopo l’abbandono, le infiltrazioni, la furia iconoclasta e i furti. Fotografare, per me, non significa soltanto produrre una bella immagine: significa lasciare una testimonianza, difendere una traccia e salvare almeno nella memoria ciò che il tempo e l’incuria degli uomini potrebbero cancellare per sempre.
Invito tutti a leggere l’articolo di Enrica Simonetti: è un racconto che accompagna alla scoperta di Veglie e del suo convento francescano, ma anche un invito a guardare con occhi nuovi le Terre d’Arneo e quel patrimonio nascosto che appartiene alla nostra storia e che abbiamo il dovere di conoscere, proteggere e tramandare.

𝗟𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼Si potrebbe pensare che la Puglia, terra di pietra, sole e arsura, sia povera di gra...
03/09/2026

𝗟𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝗯𝗲𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼

Si potrebbe pensare che la Puglia, terra di pietra, sole e arsura, sia povera di grandi alberi e di boschi importanti. In realtà, il nostro patrimonio arboreo è molto più ricco di quanto immaginiamo. È un patrimonio spesso disperso, poco raccontato e, in alcuni casi, scarsamente segnalato e tutelato. Gli alberi monumentali pugliesi non sono soltanto elementi del paesaggio: sono testimoni viventi della storia naturale e umana della nostra regione.
Lo ricorda molto bene Enrica Simonetti nel suo splendido articolo pubblicato oggi sulla Gazzetta del Mezzogiorno, invitandoci a intraprendere un viaggio diverso attraverso la Puglia e la Basilicata: un itinerario tra querce secolari, ulivi millenari, carrubi, ginepri, lecci e pini loricati. Un turismo lento e consapevole, capace di condurci non soltanto verso i luoghi più conosciuti, ma anche davanti a quegli alberi che da secoli custodiscono silenziosamente il territorio.
Penso alle antiche faggete della Foresta Umbra, riconosciute dall’UNESCO, dove il tempo sembra essersi fermato e ogni albero appare come una colonna di una cattedrale naturale. Penso ai tassi che vivono in questo straordinario ambiente forestale, alberi antichissimi e misteriosi, capaci di attraversare i secoli con una lentezza che noi uomini abbiamo ormai dimenticato.
Nel Salento sopravvive la quercia vallonea, una presenza rara che richiama nel nome e nella diffusione l’altra sponda dell’Adriatico. La troviamo soprattutto nei territori di Tricase e Corigliano d’Otranto, mentre altre popolazioni crescono nei Balcani e in particolare in Albania. Non è soltanto un albero: è la testimonianza di antichi legami biogeografici tra terre oggi separate dal mare. Le sue grandi chiome raccontano una storia cominciata molto prima della comparsa dell’uomo.
E poi ci sono i fragni, gli alberi che più amo. Dalla zona di Sammichele di Bari, dove hanno lasciato il proprio nome anche a un’antica masseria, fino a Martina Franca e alla Murgia dei Trulli, i loro grandi fusti e le chiome arrotondate dominano un paesaggio unico. Il fragno è una quercia rara, presente soprattutto in Puglia e nei Balcani, un altro segno dell’antico legame naturale fra le due sponde dell’Adriatico.
Quando incontro un fragno non riesco a limitarmi a osservarlo: spesso lo abbraccio. Appoggio le mani sul suo ritidoma profondo e inciso, simile alla pelle segnata di un vecchio saggio, e guardo le sue foglie allungate che, nel pieno della vegetazione, assumono un verde intenso, quasi smeraldo. Quel colore è per me un segnale di vita e di benessere del territorio. Un fragno sano ci dice che la terra respira ancora.
Gli alberi, però, non vivono in un mondo immobile e pacificato. Anche nei boschi si combatte silenziosamente per la luce, l’acqua e lo spazio. Sul Pollino, mentre il faggio avanza verso le quote più elevate, il pino loricato si aggrappa alle rocce e cerca rifugio sempre più in alto. I suoi tronchi contorti, modellati dal vento, dal gelo e dalla siccità, sembrano lanciare un grido di resistenza. È una lotta naturale resa ancora più difficile dai cambiamenti climatici.
L’articolo di Simonetti ci accompagna anche tra le grandi querce di Accadia, il fragno secolare della Riserva delle Murge Orientali, le roverelle della Foresta Mercadante e di Corato, il grande carrubo di Polignano, l’ulivo millenario di Toritto e i pini loricati del Pollino. Ognuno di questi alberi possiede una propria identità, quasi un carattere, e conserva nelle radici la memoria delle generazioni passate.
Visitare gli alberi monumentali non deve diventare soltanto un’occasione per una fotografia. Deve significare conoscerli, rispettarli e soprattutto vigilare sulla loro sopravvivenza. Sono minacciati dagli incendi, dalla cementificazione, dall’agricoltura intensiva, dalle malattie, dall’abbandono e da una politica che troppo spesso considera la natura un ostacolo anziché una ricchezza.
Un albero monumentale non appartiene soltanto al proprietario del terreno sul quale cresce. Appartiene alla comunità, alla sua memoria e al suo futuro. Per questo dovremmo censirlo, segnalarlo, proteggerlo e raccontarne la storia. Perché quando cade un albero secolare non perdiamo soltanto del legno e delle foglie: perdiamo un archivio vivente, un pezzo di paesaggio e una parte di noi.
La Puglia non è una terra senza alberi. È una terra di alberi tenaci, discreti e resistenti, capaci di sopravvivere all’arsura e all’indifferenza degli uomini. Sta a noi imparare a riconoscerli, ad ascoltarli e, qualche volta, anche ad abbracciarli.

𝗕𝗮𝗿𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗹𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲Per me il  Barsento è un biotopo. Non soltanto un luogo geografico, ma uno spa...
20/08/2026

𝗕𝗮𝗿𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗹𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲

Per me il Barsento è un biotopo. Non soltanto un luogo geografico, ma uno spazio in cui la natura, la storia e la presenza dell'uomo hanno trovato, nel tempo, un loro fragile equilibrio.
È un lembo dell'agro di Noci che si spinge verso Castellana Grotte, attraversato da strade che sembrano arrivare da ogni direzione: dal tratturo interno che parte da Putignano, dalle campagne di Noci, dalle vie interpoderali che si perdono tra muretti a secco, pascoli e antiche masserie. Il Barsento è un crocevia, ma non ha nulla della fretta dei crocevia moderni. Qui le strade non dividono: si incontrano lentamente, come sentieri della memoria.
Il paesaggio è segnato dai boschi di fragno, roverella, leccio, cerro e quercia spinosa. Alberi diversi, eppure appartenenti alla stessa grande famiglia silenziosa. In autunno, le ghiande gigantesche dei fragni sembrano piccoli reperti di un mondo arcaico; in primavera, asfodeli e ferule accompagnano i margini delle strade, alzandosi dalla terra rossa come sentinelle.
Al centro di questo territorio sorge la chiesa della Madonna del Barsento. Non domina una valle, ma una campagna vasta e abitata da allevatori, contadini e, un tempo, anche da comunità monastiche. È una presenza discreta, quasi raccolta in se stessa, eppure capace di dare un nome e un'identità a tutto ciò che la circonda.
Ricordo di aver visitato, con il tacito permesso delle vacche podoliche che ci osservavano immobili, una grotta nella quale i monaci producevano il sapone. Sono luoghi che conservano tracce minime: cavità annerite, pietre consumate, umidità antica. Segni che raccontano una quotidianità scomparsa, fatta di lavoro, isolamento, preghiera e sopravvivenza.
Conosco bene queste campagne anche per ragioni meno solenni. Qui viveva il mio fornitore di formaggi, di caciocavallo e, molti anni fa, persino di quel famoso formaggio con i vermi che non ho mai avuto il coraggio di acquistare. Anche i sapori, in fondo, appartengono alla geografia sentimentale di un luogo.
Attraversare Barsento significa leggere una stratigrafia del tempo. Si incontrano stalle abbandonate, campi un tempo destinati al fieno e oggi convertiti alla coltivazione del grano, scuole rurali chiuse che attendono una nuova destinazione o un improbabile acquirente. Accanto a queste testimonianze di un mondo contadino che arretra, sorgono piccoli resort nascosti agli occhi di chi percorre le strade, ma perfettamente visibili sul web. Passato e futuro convivono senza riuscire sempre a parlarsi.
Ricordo anche le mie tante "incursioni" alla chiesa del Barsento. Prima ancora di vedere il custode, ne annunciava la presenza l'abbaiare del cane. Poi gli ambienti sono stati trasformati, recuperati, adattati. Da lassù lo sguardo continua ad allargarsi sopra un territorio vastissimo, ancora miracolosamente sottratto all'invasione delle insegne luminose e delle luci al neon.
Qualche volta mi sono imbattuto persino in matrimoni in stile country, organizzati per regalare agli sposi un'aria di ricercata originalità. Confesso che a me apparivano piuttosto kitsch. Forse perché il Barsento non ha bisogno di scenografie: la sua bellezza è già tutta nella pietra, negli alberi, nel vento e nel silenzio.
È una Puglia appartata, che non si concede immediatamente. Bisogna attraversarla con lentezza, abbassare i finestrini, ascoltare il rumore delle foglie e seguire le ombre dei muretti a secco. È una Puglia che non si mette in mostra e proprio per questo deve essere difesa.
Ho difficoltà a trovare le parole e mi affido a chi sa osservare e raccontare. Enrica Simonetti, nel suo articolo "La Puglia silenziosa attorno a Barsento", ha saputo restituire la voce di questo paesaggio sospeso fra leggenda e realtà, fra abbandono e rinascita. Le sue parole mi hanno riportato lungo quelle strade e dentro quei silenzi.
Perché Barsento non è soltanto un luogo che conosco. È una parte del mio cuore, una geografia interiore alla quale torno ogni volta che sento il bisogno di ritrovare una Puglia ancora vera.

𝗨𝗻 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮: 𝗶𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗺𝘂𝗺𝗺𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗢𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗠𝗼𝗻𝗼𝗽𝗼𝗹 Ci  sono articoli che si leggono e poi si dimentic...
06/08/2026

𝗨𝗻 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮: 𝗶𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗺𝘂𝗺𝗺𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗢𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗠𝗼𝗻𝗼𝗽𝗼𝗹

Ci sono articoli che si leggono e poi si dimenticano. E ce ne sono altri che, all'improvviso, riaprono un cassetto della memoria. Quello di Enrica Simonetti, dedicato alle mummie di Monopoli e Oria, ha fatto riaffiorare un ricordo che conservo ancora vivo. Erano gli anni in cui con gli amici giravamo la Puglia in Vespa, senza itinerari prestabiliti, lasciandoci guidare dalla curiosità e dalla voglia di conoscere luoghi poco battuti.
Quel giorno eravamo a Oria, antica città messapica, crocevia tra Adriatico e Ionio, strategicamente importante fin dall'antichità per la sua posizione e per il susseguirsi di civiltà che l'hanno abitata. Mentre i miei compagni visitavano il Museo Archeologico, io ero rimasto a fare la guardia alle Vespe. Seduto ad aspettare, fui avvicinato da un anziano del posto che, con fare curioso, mi domandò: «Lei conosce Oria?». Gli risposi che la conoscevo solo in parte: i Santi Medici, il Torneo dei Rioni, la cattedrale, che mi aveva sempre trasmesso un'atmosfera austera, quasi da antico tribunale dell'Inquisizione, il castello e il piccolo museo. Lui sorrise. Io, quasi scherzando, aggiunsi che forse voleva parlarmi delle donne braccianti, del lavoro nei campi o del caporalato. Scosse la testa e disse semplicemente: «No... qui ci sono le mummie».
Da quel momento la conversazione cambiò completamente. Scoprii che quell'uomo conosceva molto bene le tecniche di conservazione dei corpi perché, per mestiere, imbalsamava animali. Mi parlò delle differenze tra imbalsamazione ed essiccazione naturale, delle pratiche funerarie e del significato che quei corpi avevano assunto nella storia e nella devozione popolare. Prima di salutarci mi invitò a visitare non solo le mummie di Oria, ma anche quelle custodite nella chiesa del Purgatorio di Monopoli.
Qualche tempo dopo raccolsi quel suggerimento e, insieme agli amici, organizzammo quel particolare itinerario. Non fu una ricerca del macabro, ma una vera esperienza di conoscenza. A Oria visitammo la cripta dell'Arciconfraternita della Morte, dove gli antichi confratelli sembrano ancora vegliare in silenzio, e comprendemmo quanto quelle testimonianze raccontassero il rapporto tra fede, morte e memoria. Poi raggiungemmo Monopoli, dove restammo colpiti dalla piccola Plautilla Indelli, una bambina di circa due anni sottoposta a un'imbalsamazione artificiale, caso unico e straordinario nel panorama pugliese, accanto alle mummie degli adulti conservate per naturale essiccazione.
L'articolo di Enrica Simonetti mi ha riportato proprio a quella giornata e alle successive letture con cui cercammo di approfondire il fenomeno dell'imbalsamazione in Puglia, andando oltre la semplice curiosità. Dietro quei corpi conservati c'è un patrimonio fatto di storia, antropologia, religiosità popolare, arte e tradizioni che merita di essere conosciuto e studiato.
Per questo preferisco parlare di un itinerario storico e antropologico, capace di raccontare tradizioni, fede, arte e pratiche funerarie che appartengono al patrimonio culturale della Puglia. Un percorso che non alimenta la curiosità per il macabro, ma invita a conoscere una pagina poco nota della nostra storia.https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/blog/enrica-simonetti/2082679/non-horror-ma-storia-andar-per-mummie.html

Indirizzo

Capurso
70010

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