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𝗕𝗮𝗿𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗹𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲Per me il  Barsento è un biotopo. Non soltanto un luogo geografico, ma uno spa...
20/08/2026

𝗕𝗮𝗿𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗹𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲

Per me il Barsento è un biotopo. Non soltanto un luogo geografico, ma uno spazio in cui la natura, la storia e la presenza dell'uomo hanno trovato, nel tempo, un loro fragile equilibrio.
È un lembo dell'agro di Noci che si spinge verso Castellana Grotte, attraversato da strade che sembrano arrivare da ogni direzione: dal tratturo interno che parte da Putignano, dalle campagne di Noci, dalle vie interpoderali che si perdono tra muretti a secco, pascoli e antiche masserie. Il Barsento è un crocevia, ma non ha nulla della fretta dei crocevia moderni. Qui le strade non dividono: si incontrano lentamente, come sentieri della memoria.
Il paesaggio è segnato dai boschi di fragno, roverella, leccio, cerro e quercia spinosa. Alberi diversi, eppure appartenenti alla stessa grande famiglia silenziosa. In autunno, le ghiande gigantesche dei fragni sembrano piccoli reperti di un mondo arcaico; in primavera, asfodeli e ferule accompagnano i margini delle strade, alzandosi dalla terra rossa come sentinelle.
Al centro di questo territorio sorge la chiesa della Madonna del Barsento. Non domina una valle, ma una campagna vasta e abitata da allevatori, contadini e, un tempo, anche da comunità monastiche. È una presenza discreta, quasi raccolta in se stessa, eppure capace di dare un nome e un'identità a tutto ciò che la circonda.
Ricordo di aver visitato, con il tacito permesso delle vacche podoliche che ci osservavano immobili, una grotta nella quale i monaci producevano il sapone. Sono luoghi che conservano tracce minime: cavità annerite, pietre consumate, umidità antica. Segni che raccontano una quotidianità scomparsa, fatta di lavoro, isolamento, preghiera e sopravvivenza.
Conosco bene queste campagne anche per ragioni meno solenni. Qui viveva il mio fornitore di formaggi, di caciocavallo e, molti anni fa, persino di quel famoso formaggio con i vermi che non ho mai avuto il coraggio di acquistare. Anche i sapori, in fondo, appartengono alla geografia sentimentale di un luogo.
Attraversare Barsento significa leggere una stratigrafia del tempo. Si incontrano stalle abbandonate, campi un tempo destinati al fieno e oggi convertiti alla coltivazione del grano, scuole rurali chiuse che attendono una nuova destinazione o un improbabile acquirente. Accanto a queste testimonianze di un mondo contadino che arretra, sorgono piccoli resort nascosti agli occhi di chi percorre le strade, ma perfettamente visibili sul web. Passato e futuro convivono senza riuscire sempre a parlarsi.
Ricordo anche le mie tante "incursioni" alla chiesa del Barsento. Prima ancora di vedere il custode, ne annunciava la presenza l'abbaiare del cane. Poi gli ambienti sono stati trasformati, recuperati, adattati. Da lassù lo sguardo continua ad allargarsi sopra un territorio vastissimo, ancora miracolosamente sottratto all'invasione delle insegne luminose e delle luci al neon.
Qualche volta mi sono imbattuto persino in matrimoni in stile country, organizzati per regalare agli sposi un'aria di ricercata originalità. Confesso che a me apparivano piuttosto kitsch. Forse perché il Barsento non ha bisogno di scenografie: la sua bellezza è già tutta nella pietra, negli alberi, nel vento e nel silenzio.
È una Puglia appartata, che non si concede immediatamente. Bisogna attraversarla con lentezza, abbassare i finestrini, ascoltare il rumore delle foglie e seguire le ombre dei muretti a secco. È una Puglia che non si mette in mostra e proprio per questo deve essere difesa.
Ho difficoltà a trovare le parole e mi affido a chi sa osservare e raccontare. Enrica Simonetti, nel suo articolo "La Puglia silenziosa attorno a Barsento", ha saputo restituire la voce di questo paesaggio sospeso fra leggenda e realtà, fra abbandono e rinascita. Le sue parole mi hanno riportato lungo quelle strade e dentro quei silenzi.
Perché Barsento non è soltanto un luogo che conosco. È una parte del mio cuore, una geografia interiore alla quale torno ogni volta che sento il bisogno di ritrovare una Puglia ancora vera.

𝗨𝗻 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮: 𝗶𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗺𝘂𝗺𝗺𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗢𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗠𝗼𝗻𝗼𝗽𝗼𝗹 Ci  sono articoli che si leggono e poi si dimentic...
06/08/2026

𝗨𝗻 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮: 𝗶𝗹 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝘁𝗿𝗮 𝗹𝗲 𝗺𝘂𝗺𝗺𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗢𝗿𝗶𝗮 𝗲 𝗠𝗼𝗻𝗼𝗽𝗼𝗹

Ci sono articoli che si leggono e poi si dimenticano. E ce ne sono altri che, all'improvviso, riaprono un cassetto della memoria. Quello di Enrica Simonetti, dedicato alle mummie di Monopoli e Oria, ha fatto riaffiorare un ricordo che conservo ancora vivo. Erano gli anni in cui con gli amici giravamo la Puglia in Vespa, senza itinerari prestabiliti, lasciandoci guidare dalla curiosità e dalla voglia di conoscere luoghi poco battuti.
Quel giorno eravamo a Oria, antica città messapica, crocevia tra Adriatico e Ionio, strategicamente importante fin dall'antichità per la sua posizione e per il susseguirsi di civiltà che l'hanno abitata. Mentre i miei compagni visitavano il Museo Archeologico, io ero rimasto a fare la guardia alle Vespe. Seduto ad aspettare, fui avvicinato da un anziano del posto che, con fare curioso, mi domandò: «Lei conosce Oria?». Gli risposi che la conoscevo solo in parte: i Santi Medici, il Torneo dei Rioni, la cattedrale, che mi aveva sempre trasmesso un'atmosfera austera, quasi da antico tribunale dell'Inquisizione, il castello e il piccolo museo. Lui sorrise. Io, quasi scherzando, aggiunsi che forse voleva parlarmi delle donne braccianti, del lavoro nei campi o del caporalato. Scosse la testa e disse semplicemente: «No... qui ci sono le mummie».
Da quel momento la conversazione cambiò completamente. Scoprii che quell'uomo conosceva molto bene le tecniche di conservazione dei corpi perché, per mestiere, imbalsamava animali. Mi parlò delle differenze tra imbalsamazione ed essiccazione naturale, delle pratiche funerarie e del significato che quei corpi avevano assunto nella storia e nella devozione popolare. Prima di salutarci mi invitò a visitare non solo le mummie di Oria, ma anche quelle custodite nella chiesa del Purgatorio di Monopoli.
Qualche tempo dopo raccolsi quel suggerimento e, insieme agli amici, organizzammo quel particolare itinerario. Non fu una ricerca del macabro, ma una vera esperienza di conoscenza. A Oria visitammo la cripta dell'Arciconfraternita della Morte, dove gli antichi confratelli sembrano ancora vegliare in silenzio, e comprendemmo quanto quelle testimonianze raccontassero il rapporto tra fede, morte e memoria. Poi raggiungemmo Monopoli, dove restammo colpiti dalla piccola Plautilla Indelli, una bambina di circa due anni sottoposta a un'imbalsamazione artificiale, caso unico e straordinario nel panorama pugliese, accanto alle mummie degli adulti conservate per naturale essiccazione.
L'articolo di Enrica Simonetti mi ha riportato proprio a quella giornata e alle successive letture con cui cercammo di approfondire il fenomeno dell'imbalsamazione in Puglia, andando oltre la semplice curiosità. Dietro quei corpi conservati c'è un patrimonio fatto di storia, antropologia, religiosità popolare, arte e tradizioni che merita di essere conosciuto e studiato.
Per questo preferisco parlare di un itinerario storico e antropologico, capace di raccontare tradizioni, fede, arte e pratiche funerarie che appartengono al patrimonio culturale della Puglia. Un percorso che non alimenta la curiosità per il macabro, ma invita a conoscere una pagina poco nota della nostra storia.https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/blog/enrica-simonetti/2082679/non-horror-ma-storia-andar-per-mummie.html

𝗚𝗿𝗼𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗲, 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗲𝗿𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮Ci sono città che si visitano. E poi ci sono città ch...
23/07/2026

𝗚𝗿𝗼𝘁𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗲, 𝗱𝗼𝘃𝗲 𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲 𝘃𝗶𝘁𝗮 𝗲 𝗹𝗮 𝗺𝗲𝗺𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗱𝗶𝘃𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗲𝗿𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮

Ci sono città che si visitano. E poi ci sono città che si attraversano lentamente, lasciandosi guidare dai profumi, dalla luce e dalle storie. Grottaglie appartiene a questa seconda categoria. Non è soltanto una meta: è un'esperienza che coinvolge tutti i sensi.
Ci si può arrivare da ogni direzione, ma io ho sempre scelto la strada che scende da Martina Franca. È un percorso che sembra raccontare milioni di anni di storia della Terra. Si parte dalla Murgia dei trulli, tra boschi cedui e pietra calcarea, per poi assistere quasi all'improvviso a un cambiamento del paesaggio: la roccia si apre, le gravine incidono il territorio, il vento cambia odore. È come se la natura stessa preparasse il viaggiatore all'incontro con una città nata dall'argilla.
Quante volte ho percorso quella strada in sella alla mia Vespa bianca. Non era mai un semplice viaggio. Era un rito. Rallentavo volutamente per respirare il profumo dell'aglio selvatico, sfiorare con i piedi la santoreggia che cresce spontanea tra le pietre, ascoltare il frinire delle cicale mentre il sole accendeva i colori della campagna. Prima ancora di vedere Grottaglie, la si sentiva.
Poi appariva lei.
Il Quartiere delle Ceramiche.
Ogni volta era come entrare in un altro mondo. Un dedalo di vicoli bianchi, archi, scalinate, cortili e antiche botteghe dove il tempo sembra essersi fermato. L'aria porta con sé l'odore dei forni, della terra cotta, dello smalto appena cotto. Le porte sono aperte e dagli atelier arrivano il rumore dei torni, il battito ritmico delle mani sull'argilla, le voci dei maestri che lavorano come hanno fatto i loro padri e i padri dei loro padri.
È impossibile attraversare quelle stradine senza desiderare di fermarsi davanti a ogni vetrina. Ogni oggetto sembra chiamarti. Ogni piatto, ogni anfora, ogni lampada, ogni pumo racconta una storia diversa. Viene naturale immaginare dove potrebbe trovare posto nella propria casa, nel giardino, nella propria vita.
L'articolo di Enrica Simonetti coglie perfettamente questa magia: la ceramica di Grottaglie non è soltanto un prodotto artistico. È il racconto di una civiltà. È il punto d'incontro tra popoli, tradizioni e culture che nei secoli hanno lasciato un segno nella terra e nelle mani degli artigiani. Qui la ceramica non è un souvenir: è memoria modellata dall'uomo.
Parlare con i ceramisti significa entrare nelle loro famiglie. Dietro ogni laboratorio si scoprono genealogie lunghe secoli, antichi segreti tramandati sottovoce, sacrifici, notti trascorse davanti ai forni, errori trasformati in capolavori. Per troppo tempo questa è stata definita un'arte minore. In realtà è una delle più grandi espressioni della cultura mediterranea, perché racchiude insieme creatività, lavoro, economia, storia e identità.
Mi divertì persino contrattare l'acquisto di un'acquasantiera. Io, profondamente laico, mi ritrovai affascinato da quell'oggetto così semplice. Alla fine rinunciai all'acquisto, ma compresi che la bellezza non ha bisogno di appartenenze religiose: vive nella forma, nella materia, nell'intelligenza di chi riesce a trasformare un pugno di terra in qualcosa destinato a durare nel tempo.
Poi ci sono loro.
Le pupe baffute, forse il simbolo più ironico e sorprendente di Grottaglie. Figure eleganti, impreziosite da baffi maschili, nate da una leggenda popolare che parla di amore, coraggio e ingegno. Come ricorda anche Simonetti, raccontano di un giovane vignaiolo che, per sottrarre la propria promessa sposa allo ius primae noctis, si travestì da donna. Da quella storia, sospesa tra realtà e mito, è nata una delle icone più riconoscibili della ceramica pugliese.
E accanto alle pupe compaiono i pumi, quei boccioli di rosa in terracotta simbolo di prosperità, rinascita e abbondanza, e il magnifico gallo, ormai divenuto emblema dell'intera produzione ceramica pugliese. Ogni oggetto è un simbolo, ma soprattutto è un racconto.
Grottaglie, però, vive anche nelle sue feste.
Quella che mi emoziona maggiormente è la Festa delle Trombe, il 29 giugno. Le sue origini sono profondamente contadine. Terminata la mietitura, i contadini raggiungevano il quartiere delle ceramiche per barattare il grano con pentole, orci e recipienti indispensabili alla vita quotidiana. Quel semplice gesto di scambio è diventato, nei secoli, una delle celebrazioni popolari più originali della Puglia.
Ogni bottega realizza trombe di terracotta, piccole o gigantesche, vere opere d'arte effimere. Ricordo ancora quando alcuni amici ceramisti decisero di dedicarne una proprio a noi. È custodita con affetto nella nostra casa, perché non rappresenta soltanto un dono: è il simbolo di un'amicizia nata tra quelle botteghe e alimentata anno dopo anno.
Alla fine della festa arriva il momento più atteso. Le trombe vengono lasciate cadere dall'alto e si frantumano davanti alla folla. Un gesto che può sembrare crudele, ma che in realtà celebra il valore dell'effimero, del rinnovamento, della vita che continua. Mi ricorda ogni volta la tradizione ortodossa di Corfù, quando le giare vengono lanciate dalle finestre il Sabato Santo per salutare la Pasqua.
E poi c'è la Madonna della Mutata, celebrata nella Domenica in Albis, la Pasca ti li Palomba, la Pasqua delle Colombe. Anche qui fede, artigianato e tradizione popolare si intrecciano in una festa che racconta il legame profondo tra la città e i suoi antichi mestieri.
Ma sarebbe un errore pensare che Grottaglie sia soltanto ceramica.
Questa è anche terra di grandi vini. Il suo Primitivo, oggi celebrato in tutto il mondo, per decenni ha attraversato le Alpi per dare struttura e colore ai grandi vini francesi. Una storia poco conosciuta che racconta la generosità di una terra capace di offrire eccellenze ben oltre ciò che appare.
Forse è proprio questo il segreto di Grottaglie.
Qui tutto nasce dalla terra. L'argilla diventa arte. Il grano diventa festa. L'uva diventa vino. La pietra diventa casa. Le leggende diventano identità. E il passato continua ostinatamente a vivere nel presente.
Ogni volta che lascio Grottaglie porto con me qualcosa di invisibile. Non è soltanto una ceramica, un ricordo o una fotografia. È la sensazione di aver camminato dentro una storia che dura da migliaia di anni e che continua a essere scritta dalle mani pazienti dei suoi maestri.
Per questo non diciamo semplicemente di amare Grottaglie.
Ci torniamo. Sempre. Perché ci sono luoghi che si visitano una volta sola e altri che, ogni volta, riescono a restituirti un pezzo di te stesso.https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.lagazzettadelmezzogiorno.it%2Fblog%2Fenrica-simonetti%2F2065494%2Fpupe-baffute-e-storie-la-ceramica-e-vita.html%3Ffbclid%3DIwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExTG9WdmIxOEh3dVZkbmE4dHNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR7FNKxUOm6eTI83VhzfpgUN0AtsJB6q4XHsf87iE3TwWEKHfJILbbUGTDwrsQ_aem_eEgUu24LPr6bSgycKCLpWA&h=AUBAiupGajTully45zr9kmGubWdRmIvW0l3JrJtfeDP4K6SrCcOxaWg3tL-WPnOzFNl6dVxN8cB1bu0RHVmUURl6ZkPeUk3JSvHuVi2t8PXGLNQKTNm-c6F5-WNALboXYofN_nHEbWBIHQ&__tn__=-UK-R&c[0]=AUC6Gr0aanB5AfybCHG9S6x0Xrs6IH-NZO-a-r8F1934LERcrydIFT17WgB77aLgR_NL6MMeEdGz4PgUNxjxPd4g2cmcS7yzp7a-u77ZYQ_Kw3YryifmSNJy_nIZg2GJGkHPIGgp_Fq2D3NWIlG1P4N9SUeQdxZ9LmPmnI291kpTtvZsh_vnWJntYbHepENn4ewVcUPgMjXvXllf-jneLqvAucOn7zvMZ2iBDb-1voxBuA

La Puglia: una geologia che ha generato un continente di naturaL'articolo di Enrica Simonetti coglie un aspetto essenzia...
09/07/2026

La Puglia: una geologia che ha generato un continente di natura

L'articolo di Enrica Simonetti coglie un aspetto essenziale della nostra terra: la Puglia non è soltanto mare cristallino, ulivi secolari e borghi da cartolina. È un immenso laboratorio naturale, un patrimonio botanico e paesaggistico che continua a sorprendere chiunque abbia la pazienza di osservare.
Ma per comprendere davvero questa straordinaria ricchezza bisogna fare un passo indietro, molto indietro, fino a milioni di anni fa. È stata l'orogenesi della Puglia, la lunga storia geologica che ha modellato rocce, altopiani, gravine, lame, pianure e coste, a creare una varietà di ambienti che oggi rende questa regione una delle più ricche d'Italia dal punto di vista della biodiversità.
La Puglia appare uniforme solo a chi la attraversa distrattamente. In realtà è un mosaico di paesaggi, ognuno con una propria identità ecologica. Le zone umide del Gargano, continuamente minacciate dall'incuria e dalla speculazione, rappresentano uno dei più importanti corridoi migratori del Mediterraneo. Pensiamo ai ripetuti incendi che hanno colpito Lago Salso: ogni ettaro perduto non è soltanto vegetazione bruciata, ma un frammento di biodiversità che scompare.
Pochi chilometri più a sud cambia completamente il mondo. Nel Geoparco dell'Alta Murgia, riconosciuto dall'UNESCO, la pietra racconta milioni di anni di storia mentre il vento e la siccità hanno selezionato una flora capace di adattarsi alle condizioni più estreme. È qui che cresce quell'erba spontanea che da secoli alimenta greggi di pecore e capre, trasferendo al latte e ai formaggi aromi irripetibili. Il sapore del Canestrato Pugliese, del Pecorino o della ricotta non nasce soltanto dal lavoro del pastore: nasce da quella straordinaria miscela di essenze spontanee fatta di timo, santoreggia, finocchietto selvatico, sulla, trifogli e decine di altre specie che trasformano i pascoli murgiani in un'immensa tavolozza naturale.
Poco più a sud si apre la Valle d'Itria, dove l'uomo, in una terra povera d'acqua, ha costruito nei secoli una f***a rete di tratturi, muretti a secco, jazzi e masserie. Un lavoro paziente, quasi invisibile, che ricorda quello di una colonia di formiche: nessuna opera monumentale, ma migliaia di piccoli interventi capaci di creare uno dei paesaggi rurali più armoniosi d'Europa.
E poi il Tavoliere, che sembra cambiare pelle con il trascorrere delle stagioni. In autunno domina il rosso della terra appena lavorata; in primavera il verde intenso delle giovani spighe; in estate un mare dorato di grano che ondeggia fino all'orizzonte. È semplicemente grano, si potrebbe dire. In realtà è il simbolo della storia agricola della Puglia, della sua economia e della sua identità.
Ovunque, quasi a fare da filo conduttore, compaiono le grandi ferule, con i loro steli che sembrano colonne vegetali e che marcano il territorio murgiano come antichi segnali lasciati dalla natura. Accanto a loro l'asfodelo punteggia i prati, il finocchietto selvatico invade i bordi delle strade, mentre orchidee spontanee, timo, senape, tarassaco e aglio selvatico raccontano una biodiversità che troppo spesso passa inosservata.
Sarebbe però riduttivo fermarsi qui. Come non ricordare la Foresta Umbra, cuore verde del Gargano, dove prosperano tassi secolari, faggi monumentali, aceri, cerri e carpini in un ecosistema unico nel Mezzogiorno? Camminare sotto quelle chiome significa entrare in un'altra Puglia, fresca, silenziosa e quasi nordica, lontanissima dall'immagine stereotipata di una regione fatta solo di sole e spiagge.
E poi ci sono le lame, autentici biotopi naturali, dove l'acqua riaffiora dopo le piogge dando vita a microambienti ricchissimi di vita vegetale e animale. Sono corridoi ecologici preziosi che collegano il mare con l'entroterra e custodiscono una biodiversità spesso sconosciuta persino ai pugliesi.
Ha ragione Enrica Simonetti quando invita a guardare questo patrimonio con occhi nuovi. E ha ragione quando cita il meraviglioso orto botanico privato di Giuggianello, un luogo quasi irreale dove si rimane incantati davanti all'imponente Joshua Tree, alle collezioni di cactus e alle straordinarie varietà dei celebri "cuscini della suocera". È la dimostrazione che la Puglia non smette mai di stupire chi la osserva con curiosità e rispetto.
Forse è proprio questo il messaggio più importante: la Puglia non va semplicemente visitata, ma letta. Ogni lama, ogni tratturo, ogni bosco, ogni pascolo, ogni zona umida e ogni fiore spontaneo sono pagine di un libro scritto dalla geologia milioni di anni fa e arricchito, secolo dopo secolo, dal lavoro dell'uomo. Un libro che ci insegna quanto fragile sia questo equilibrio e quanto sia nostro dovere conservarlo. Perché la vera ricchezza della Puglia non è soltanto la bellezza dei suoi paesaggi, ma la straordinaria armonia tra natura, storia e cultura che li ha resi unici nel Mediterraneo.https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/blog/enrica-simonetti/2047458/beata-lerba-fresca-lame-e-fiori-ignorati.html

Vorremmo abitare qui..
06/07/2026

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Il grande seguito che ha accompagnato il nostro numero speciale dedicato a Costa Ripagnola ci ha confermato che esiste a...
02/07/2026

Il grande seguito che ha accompagnato il nostro numero speciale dedicato a Costa Ripagnola ci ha confermato che esiste ancora una comunità vigile, pronta a difendere il territorio e il paesaggio dagli assalti della speculazione. Da quella esperienza nasce oggi questo nuovo numero speciale. Perché l’attacco alla natura non si ferma alla cementificazione selvaggia, alla privatizzazione delle coste o al consumo di suolo, ma si allarga fino a investire direttamente la fauna, la biodiversità e gli equilibri fragili degli ecosistemi. Il DDL Malan va esattamente in questa direzione: estendere i periodi di caccia, allargare la pressione venatoria, ridurre gli spazi di tutela e rafforzare, indirettamente, una filiera economica legata al mercato delle armi e delle munizioni. Non è una scelta neutrale, ma una precisa scelta politica che ripropone un modello fondato sul dominio, sul profitto e sull’idea che tutto possa essere consumato. Per questo abbiamo ritenuto necessario lanciare un nuovo appello alla mobilitazione: difendere gli uccelli migratori, le zone umide, i boschi e il paesaggio significa difendere il futuro stesso delle prossime generazioni. La stessa mano che vuole occupare le coste con il cemento è la stessa che oggi vuole allungare il tempo dei fucili. Ed è contro questo modello che bisogna alzare la voce, ora.

Vi presento Pino !!
01/07/2026

Vi presento Pino !!

30/06/2026

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