01/10/2026
Tricase, un Salento che non si lascia raccontare in fretta
Tricase, per me, non è mai stata soltanto una località da raggiungere per trascorrere qualche giornata al mare. È un microcosmo, uno dei luoghi più complessi e affascinanti dell’intero Salento: una terra nella quale, nel giro di pochi chilometri, si incontrano la storia delle lotte sociali, la fatica delle tabacchine, i palazzi nobiliari, i castelli, le antiche cantine, la poesia, il cinema, la civiltà contadina e un Adriatico capace di essere luminoso e accogliente, ma anche severo, scuro, agitato dal vento.
Il mio interesse per Tricase cominciò molto prima di conoscerla veramente. Nacque attraverso lo studio della rivolta del 15 maggio 1935, una pagina che ho letto, approfondito e ripreso più volte. Quel giorno contadini, lavoratori e soprattutto donne impiegate nei tabacchifici scesero in piazza per difendere il proprio lavoro. Non chiedevano privilegi: chiedevano di non perdere quel poco che permetteva alle loro famiglie di vivere. In una terra povera, nella quale il tabacco rappresentava un salario, una speranza e spesso l’unica possibilità di sopravvivenza, la minaccia della disoccupazione significava fame.
Lo Stato fascista rispose con le armi. La forza pubblica sparò contro la folla, lasciando cinque morti e numerosi feriti. Tra le vittime c’erano le tabacchine Cosima Panico e Maria Assunta Nesca, il contadino Pompeo Rizzo, Donata Scolozzi e Pierino Panarese, un ragazzo di appena quindici anni. Cinque vite cancellate perché avevano osato chiedere lavoro e dignità. È una storia meridionale che dovrebbe trovare posto nei libri di scuola: racconta la violenza del regime fascista, ma anche il coraggio di una comunità e, soprattutto, delle donne, troppo spesso dimenticate persino quando furono protagoniste delle lotte sociali.
Quando arrivai a Tricase, dunque, non vi giunsi come un turista distratto. Conoscevo già il peso della sua storia. Tuttavia fu una piccola e dolorosa disavventura a permettermi di entrare davvero nel suo paesaggio umano. Una spina di riccio di mare mi costrinse ad andare al pronto soccorso dell’ospedale ecclesiastico. Non potevo guidare e fummo costretti a prolungare la permanenza di qualche giorno.
All’inizio mi sembrò soltanto un contrattempo. Poi compresi che quel riposo forzato mi stava regalando qualcosa. Non avendo fretta di ripartire, potei osservare il territorio con altri occhi. Cominciai a muovermi lentamente, a guardare le facciate delle case, le corti nascoste, i muri di pietra, le campagne segnate dai muretti a secco, gli ulivi, le vigne, le torri, le strade che scendono verso il mare. Tricase smise di essere un semplice punto sulla carta geografica e cominciò a mostrarmi le sue molte anime.
C’era il centro storico, con piazza Pisanelli, Palazzo Gallone, la chiesa di San Domenico e quelle strade nelle quali la luce, riflessa sulla pietra chiara, cambia continuamente colore. C’era Tutino, con il suo castello severo e le antiche mura che avevano visto passare famiglie nobili, contadini e tabacchine. C’era Lucugnano, con Palazzo Comi e la presenza ancora viva del poeta Girolamo Comi: un luogo appartato, quasi sospeso, dove la letteratura sembra nascere direttamente dal silenzio delle stanze e dalla luce della campagna.
C’era poi Tricase Porto, che non mi apparve come una marina costruita esclusivamente per i villeggianti. Era, ed è, un piccolo mondo di pescatori, barche, moli, scalinate, reti, case affacciate sull’insenatura e uomini che conoscono i cambiamenti del vento prima ancora di guardare il cielo. Al mattino il porto possiede una luce limpida, quasi metallica; nelle ore più tarde il colore delle pietre si scalda, mentre il mare entra lentamente nell’ombra.
E c’era Marina Serra, con la sua piscina naturale incastonata fra le rocce, Torre Palane, le grotte e quel mare che non ha nulla di ornamentale. Fuori dalla confusione estiva, il paesaggio riacquista la propria voce: si sente il vento passare tra la vegetazione, il rumore dell’acqua contro gli scogli, l’odore del sale e delle alghe. È un luogo che in ottobre diventa ancora più bello, perché si libera dalla cartolina turistica e ritorna a essere pietra, mare, silenzio.
Ma la scoperta che più mi incuriosì fu Depressa. Già il nome sembrava uscito da un racconto: un nome insolito, quasi malinconico, che faceva immaginare un paese appartato e ripiegato su sé stesso. Invece vi trovai un’altra storia sorprendente. Mi colpì il castello e mi incuriosì la presenza della famiglia Winspeare: un cognome che allora mi sembrò scozzese, certamente britannico, inatteso in un piccolo centro del Capo di Leuca.
Quella famiglia non aveva soltanto abitato il castello, ma aveva costruito intorno alla campagna e alle vigne una lunga esperienza produttiva. Di fronte alla dimora sorgeva l’antica cantina Castel di Salve, fondata nell’Ottocento: volte a stella, pietra leccese, ambienti nei quali il vino riposava mentre fuori trascorrevano le stagioni. Mi affascinava quel legame tra una famiglia arrivata da lontano e una terra meridionale che aveva saputo assorbirla, modificarla e renderla parte della propria storia.
Molti anni dopo quel cognome tornò davanti a me attraverso il cinema di Edoardo Winspeare. Rimasi profondamente affascinato da Pizzicata. In quel film riconobbi il Salento che avevo cercato durante quei giorni: non quello levigato delle campagne pubblicitarie, ma una terra concreta, attraversata dal lavoro, dalla povertà, dai conflitti sociali, dall’amore, dalla gelosia, dalla musica e dai riti della comunità.
La pizzica non era ancora diventata un fenomeno turistico, un grande palcoscenico estivo o un prodotto da vendere. Nel film era ancora un linguaggio profondo, un corpo che si muove, una febbre, un richiamo collettivo. Edoardo Winspeare raccontava il Salento dall’interno, senza abbellirlo e senza umiliarlo. Ne mostrava la durezza e insieme la vitalità, restituendo dignità ai volti, alle campagne e alle persone.
Questa mattina, leggendo sulla Gazzetta del Mezzogiorno l’articolo di Enrica Simonetti, “Mare, castello e idee. Ottobrata a Tricase”, tutti quei ricordi sono riaffiorati. Enrica racconta Tutino e il suo castello, ricorda le stanze nelle quali furono lavorate le foglie di tabacco, conduce il lettore verso Tricase Porto, il Museo delle imbarcazioni tradizionali, il Ciheam, Marina Serra e infine nel centro storico.
Il suo non è soltanto il suggerimento per una gita autunnale. È un invito a guardare Tricase nella sua complessità, a riconoscere ciò che si nasconde dietro la bellezza immediata del mare e dei castelli. Perché sotto quelle pietre rimangono il lavoro delle tabacchine, la fatica dei contadini, le partenze dei pescatori, le idee dei poeti, l’esperienza degli artigiani, le intuizioni degli studiosi e lo sguardo di un cinema che ha saputo raccontare il Salento prima che diventasse una moda.
Per questo considero Tricase un microcosmo di interesse quasi unico nel Salento. Non è un luogo da attraversare velocemente, raccogliendo qualche fotografia e una sosta al mare. È un territorio da leggere come un libro: pagina dopo pagina, fra la rivolta del 1935 e le antiche cantine di Depressa, fra Girolamo Comi ed Edoardo Winspeare, fra il castello di Tutino e le barche di Tricase Porto.
A volte basta una spina di riccio, un pronto soccorso e qualche giorno di immobilità non previsto per scoprire che dietro una località conosciuta esiste un intero mondo. A me accadde così. E da allora, quando penso a Tricase, non vedo soltanto il mare. Vedo le tabacchine in piazza, le foglie di tabacco stese ad asciugare, le vigne di Depressa, le stanze di Palazzo Comi, le mura di Tutino e i volti di Pizzicata. Vedo un Salento profondo che continua a raccontare la propria storia a chi possiede ancora il tempo e la curiosità necessari per ascoltarla.di Enrica Simonetti
Mare, castello e idee: tante soluzioni per trascorrere l'Ottobrata a Tricase
Alla scoperta di un Salento di spighe e campagne, di vecchi profumi e di nuove sfide culturali
https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/enrica-simonetti/2153459/mare-castello-e-idee-tante-soluzioni-per-trascorrere-l-ottobrata-a-tricase.html