20/08/2026
𝗕𝗮𝗿𝘀𝗲𝗻𝘁𝗼, 𝗹𝗮 𝗣𝘂𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘀𝗶𝗹𝗲𝗻𝘇𝗶𝗼𝘀𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗿𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲
Per me il Barsento è un biotopo. Non soltanto un luogo geografico, ma uno spazio in cui la natura, la storia e la presenza dell'uomo hanno trovato, nel tempo, un loro fragile equilibrio.
È un lembo dell'agro di Noci che si spinge verso Castellana Grotte, attraversato da strade che sembrano arrivare da ogni direzione: dal tratturo interno che parte da Putignano, dalle campagne di Noci, dalle vie interpoderali che si perdono tra muretti a secco, pascoli e antiche masserie. Il Barsento è un crocevia, ma non ha nulla della fretta dei crocevia moderni. Qui le strade non dividono: si incontrano lentamente, come sentieri della memoria.
Il paesaggio è segnato dai boschi di fragno, roverella, leccio, cerro e quercia spinosa. Alberi diversi, eppure appartenenti alla stessa grande famiglia silenziosa. In autunno, le ghiande gigantesche dei fragni sembrano piccoli reperti di un mondo arcaico; in primavera, asfodeli e ferule accompagnano i margini delle strade, alzandosi dalla terra rossa come sentinelle.
Al centro di questo territorio sorge la chiesa della Madonna del Barsento. Non domina una valle, ma una campagna vasta e abitata da allevatori, contadini e, un tempo, anche da comunità monastiche. È una presenza discreta, quasi raccolta in se stessa, eppure capace di dare un nome e un'identità a tutto ciò che la circonda.
Ricordo di aver visitato, con il tacito permesso delle vacche podoliche che ci osservavano immobili, una grotta nella quale i monaci producevano il sapone. Sono luoghi che conservano tracce minime: cavità annerite, pietre consumate, umidità antica. Segni che raccontano una quotidianità scomparsa, fatta di lavoro, isolamento, preghiera e sopravvivenza.
Conosco bene queste campagne anche per ragioni meno solenni. Qui viveva il mio fornitore di formaggi, di caciocavallo e, molti anni fa, persino di quel famoso formaggio con i vermi che non ho mai avuto il coraggio di acquistare. Anche i sapori, in fondo, appartengono alla geografia sentimentale di un luogo.
Attraversare Barsento significa leggere una stratigrafia del tempo. Si incontrano stalle abbandonate, campi un tempo destinati al fieno e oggi convertiti alla coltivazione del grano, scuole rurali chiuse che attendono una nuova destinazione o un improbabile acquirente. Accanto a queste testimonianze di un mondo contadino che arretra, sorgono piccoli resort nascosti agli occhi di chi percorre le strade, ma perfettamente visibili sul web. Passato e futuro convivono senza riuscire sempre a parlarsi.
Ricordo anche le mie tante "incursioni" alla chiesa del Barsento. Prima ancora di vedere il custode, ne annunciava la presenza l'abbaiare del cane. Poi gli ambienti sono stati trasformati, recuperati, adattati. Da lassù lo sguardo continua ad allargarsi sopra un territorio vastissimo, ancora miracolosamente sottratto all'invasione delle insegne luminose e delle luci al neon.
Qualche volta mi sono imbattuto persino in matrimoni in stile country, organizzati per regalare agli sposi un'aria di ricercata originalità. Confesso che a me apparivano piuttosto kitsch. Forse perché il Barsento non ha bisogno di scenografie: la sua bellezza è già tutta nella pietra, negli alberi, nel vento e nel silenzio.
È una Puglia appartata, che non si concede immediatamente. Bisogna attraversarla con lentezza, abbassare i finestrini, ascoltare il rumore delle foglie e seguire le ombre dei muretti a secco. È una Puglia che non si mette in mostra e proprio per questo deve essere difesa.
Ho difficoltà a trovare le parole e mi affido a chi sa osservare e raccontare. Enrica Simonetti, nel suo articolo "La Puglia silenziosa attorno a Barsento", ha saputo restituire la voce di questo paesaggio sospeso fra leggenda e realtà, fra abbandono e rinascita. Le sue parole mi hanno riportato lungo quelle strade e dentro quei silenzi.
Perché Barsento non è soltanto un luogo che conosco. È una parte del mio cuore, una geografia interiore alla quale torno ogni volta che sento il bisogno di ritrovare una Puglia ancora vera.