23/07/2019
CITTÀ
C'era un freddo da galera, in quella carrozza del Vindobona, treno diretto a Praga da una lasciata e persa, quand'anche imperiale, Vienna. Si perché la città dei Francesco Giuseppe, di Adolf, dei diversi Gustav, di Egon di Kolomon di Otto meritava una sosta più lunga delle tre ore di trasbordo fra un treno e l'altro alla stazione centrale, e peraltro la carretta del Tarvisio aveva anche accumulato, causa neve, un'ora abbondante di ritardo. Così, zaino militare in spalla, naturalmente blu, dell'aeronautica, fetta di strudel appena sfornato e via sul Vindobona, con posto assegnato in una carrozza che aveva l'impianto di riscaldamento fuori uso: fuori c'erano diciassette sotto zero, dentro il treno poco di più, e non serviva neanche la fedele birretta formato magnum comprata peraltro per ingoiare lo strudel, che ormai sembrava un tramezzino gelato. Così, sempre in piedi, passeggiando intirizzito, pestando freneticamente il pavimento per far arrivare un po' di sangue al mignolino, arriviamo dopo un paio d'ore alla stazione di Praga, circondati da un denso profumo di carbone fossile. Un bell'edificio liberty permeato da quel l'odore di carbone, combustibile usato in quei paraggi per il riscaldamento domestico e meno domestico, e insieme da un'odore di sbobba che arrivava da alcuni pentoloni intorno ai quali si assiepava un folto gruppo di persone alquanto vivace. La mensa della stazione era una delle più economiche della città e distribuiva una polefka straordinaria, che mia madre avrebbe qualificato come sciacquatura di piatti, ho realizzato dopo qualche tempo. Fuori la città era coperta da una poltiglia nerastra, che all'origine doveva essere bianca, risultato dell'impasto di neve e fuliggine, solcato dalle tracce dei pedoni che temevano di inzaccherarsi, come prima impressione non deponeva molto, la magica Praga, l’incantevole Praga, la straordinaria Praga, l'affascinante Praga non si presentava molto bene...