28/04/2026
Discorso della dott. Sonia Bonazzi in occasione della celebrazione del 25 aprile 2026 nel Comune di Botticino.
Cari cittadine e cittadini,
oggi, 25 aprile, celebriamo la Festa della Liberazione, una delle date fondanti della storia della nostra Repubblica.
Non è soltanto una ricorrenza o un giorno di memoria: è il momento in cui l’Italia si guarda allo specchio, riflette sulle proprie radici e rinnova un impegno collettivo verso la libertà, la democrazia e la dignità della persona.
Il 25 aprile 1945 segna la fine dell’occupazione nazista e del regime fascista, ma soprattutto segna l’inizio di un nuovo cammino: quello di un Paese che, dopo anni di dittatura, guerra e distruzione, sceglie la libertà, la pace e la democrazia.
La Liberazione rappresenta per l’Italia il ritorno alla sovranità morale e politica, dopo vent’anni di dittatura e cinque anni di guerra.
È il momento in cui il nostro Paese smette di essere oppresso e torna a decidere del proprio destino.
Il fascismo aveva cancellato ogni forma di libertà: la libertà di parola, di pensiero, di associazione. Aveva costruito uno Stato fondato sulla violenza, sull’obbedienza cieca, sulla persecuzione del dissenso.
La Liberazione spezza quel sistema e restituisce agli italiani la possibilità di essere cittadini, non sudditi.
Da quel momento in poi, la democrazia non è più un’idea astratta, ma una conquista concreta, pagata a caro prezzo.
La possibilità di votare, di esprimere liberamente le proprie opinioni, di organizzarsi, di dissentire, nasce anche – e soprattutto – da quel giorno.
Ed il significato del 25 aprile va oltre i confini nazionali.
La Liberazione dell’Italia si inserisce nel più ampio processo che ha portato l’Europa a liberarsi dai totalitarismi del Novecento. È parte di una storia comune europea, segnata dalla lotta contro il nazismo e il fascismo, dalla tragedia della guerra e della Shoah, e dalla successiva ricostruzione su basi nuove.
L’Europa democratica nasce anche da quelle macerie.
Nasce dalla consapevolezza che la pace non è scontata, che la libertà va difesa, che la dignità umana deve essere al centro di ogni progetto politico e sociale. In questo senso, il 25 aprile parla non solo agli italiani, ma a tutti i cittadini europei.
Se oggi possiamo celebrare la Liberazione, è soprattutto grazie alla Resistenza.
Una Resistenza fatta non solo di battaglie armate, ma anche di scelte morali, di coraggio civile, di solidarietà quotidiana.
La Resistenza non fu un fenomeno uniforme né semplice.
Fu un movimento plurale, composto da uomini e donne di diversa provenienza politica, sociale e culturale.
Giovani e anziani, operai e contadini, intellettuali e militari, credenti e non credenti: persone unite dalla volontà di opporsi all’oppressione e di riconquistare la libertà.
Molti resistenti erano giovanissimi. Ragazze e ragazzi che scelsero di rischiare – spesso di perdere – la propria vita per un ideale di giustizia e di futuro. Accanto a loro, tante donne, che svolsero un ruolo fondamentale: come staffette, come organizzatrici, come combattenti, rompendo stereotipi e aprendo nuove strade di emancipazione femminile.
E tra questi giovani ricordiamo alcuni dei “nostri” partigiani.
La partigiana Santina Damonti, detta Berta, di 18 anni, impegnata come staffetta e figura chiave di collegamento tra i partigiani locali ed il comando della 122a Brigata Garibaldi, e la staffetta Olga Furlan, di 14 anni.
E ricordiamo i partigiani trucidati alla fratta il 28/10/1944, Giuseppe Biondi di Livorno, 22 anni, Francesco di Prizio di Iseo, 20 anni, e Beniamino Cavalli di Castrezzato di 17 anni, impegnati in un’azione mirata all’interruzione delle linee ferroviarie che da Rezzato trasferivano prigionieri verso nord, ai campi di sterminio in Germania.
La Resistenza infatti non fu priva di sacrifici. Fu segnata da persecuzioni, rappresaglie, deportazioni, stragi.
Eppure, nonostante tutto, seppe mantenere viva l’idea che un’Italia diversa fosse possibile.
La Resistenza non lottava solo contro qualcosa, ma per qualcosa: per un Paese libero, democratico, fondato sull’uguaglianza e sul rispetto della persona.
Senza la Resistenza, la Liberazione non sarebbe stata possibile.
Essa fornì un contributo decisivo, non solo militare, ma anche politico e morale, e restituì agli italiani la dignità di popolo che non si arrende, che sa scegliere da che parte stare.
A oltre ottant’anni di distanza, qualcuno potrebbe chiedersi: perché continuare a ricordare? Perché tornare ogni anno su eventi così lontani nel tempo?
La risposta è semplice e profonda: perché la memoria è il fondamento della democrazia.
Senza memoria, i diritti diventano fragili.
Senza memoria, le conquiste possono essere messe in discussione.
Senza memoria, si rischia di ripetere gli errori del passato.
Ricordiamo le parole di Primo Levi cui fu chiesto come fu possibile giungere alla creazione dei lager.
Levi rispose che essi nascono facendo finta di nulla, nell’indifferenza collettiva, accettando passivamente la propaganda, abituandosi alla violenza di Stato e alla disumanizzazione dell’altro.
Parole tragicamente molto attuali.
Ricordare il 25 aprile non significa restare prigionieri della storia, ma assumerne la responsabilità.
Significa riconoscere che la libertà di cui godiamo oggi non è un dono naturale, ma il risultato di scelte, lotte e sacrifici.
Questo legame tra memoria e futuro è espresso in modo esemplare dalla Costituzione italiana, nata proprio dall’esperienza della Resistenza.
La Costituzione non è un testo neutro: è il frutto di una precisa visione della società, basata sul rifiuto della dittatura, sulla tutela dei diritti fondamentali, sulla centralità della persona.
I principi di libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia sociale che leggiamo nella Costituzione sono la traduzione giuridica dei valori per cui tanti uomini e donne hanno combattuto.
Difendere la Costituzione significa, oggi, continuare quella Resistenza in forma civile e democratica.
Ricordare significa anche educare le nuove generazioni.
In un mondo complesso, in cui le informazioni sono rapide e spesso superficiali, è essenziale offrire strumenti critici, raccontare la storia in modo onesto, trasmettere il senso delle scelte compiute.
Il 25 aprile quindi non può e non deve dividere: il 25 aprile unisce!
Unisce nella condanna di ogni forma di oppressione, di razzismo, di violenza politica. Unisce nel riconoscimento che la democrazia è un bene comune, che richiede partecipazione, rispetto e responsabilità.
Celebrare oggi la Festa della Liberazione significa rinnovare un impegno: quello di custodire la libertà, di difendere la democrazia, di vivere ogni giorno i valori della Costituzione.
Non si tratta solo di ricordare ciò che è stato, ma di chiederci cosa vogliamo essere.
Un Paese che dimentica la propria storia è un Paese più fragile. Un Paese che la conosce e la condivide è più forte, più giusto, più libero.
Il 25 aprile ci ricorda che la libertà non è mai definitiva, che va protetta con la cultura, con il dialogo, con la partecipazione civile.
È questo il modo migliore per onorare chi ha lottato e ha sacrificato la propria vita per un’Italia libera.
Quindi ai nostri bambini e ragazzi insegniamo e ripetiamo che la libertà non è sempre esistita ma è stata conquistata; che non è stata regalata e che può essere persa se non viene difesa.
Insegniamo che la storia della Resistenza permette di distinguere tra chi opprime e chi difende, tra violenza e rispetto, tra obbedienza cieca e scelta responsabile.
Insegniamo il senso critico, l’empatia, la capacità di dire “no” all’ingiustizia e al bullismo, il rispetto per gli altri.
Insegniamo che la Costituzione italiana conferisce a tutti diritti, ma anche doveri, che ci indica che nessuno deve essere discriminato, che la legge vale per tutti, che le decisioni si prendono con il dialogo e non con la violenza.
Insegnare il 25 Aprile serve a vaccinare contro l’indifferenza, a costruire una memoria collettiva che protegga la società nel futuro, e ci renda persone libere, consapevoli e giuste
Per questi motivi,
Viva il 25 Aprile.
Viva la Liberazione.
Viva la Costituzione!
Buona Festa della Liberazione a tutti!