01/05/2024
1 Maggio 2024 Festa dei Lavoratori
L'attività professionale ricopre un ruolo fondamentale per l'esistenza umana, sia perché fornisce il sostentamento economico per poter sopravvivere, sia perché, nel migliore dei casi, rappresenta l'espressione più riconoscibile delle proprie capacità e dei propri talenti.
Il mio primo talento, dopo le scuole dell'obbligo, fu quello di smettere di studiare.
Un'asina che credeva di esserlo, una che nascondeva varie forme di disagio giovanile indossando svariate divise che non la rappresentavano, ma la proteggevano.
Il mio primo datore di lavoro fu mio padre, che non rassegnandosi alla mia anima ribelle di asina certificata, cercò di farmi capire quanto importante fosse studiare invece che sporcarsi le manine in un'officina meccanica.
Mentre io lucidavo cruscotti a retribuzione zero nell'officina di mio padre, mia madre cercava per me qualche occupazione femminile tipica per le ragazze asine che non volevano più studiare.
Così mi ritrovai ben presto a passare i bigodini ad un parrucchiere brutto e antipatico che mi concedeva solo quella attività, perchè anche solo fare uno shampoo sulla testa di una cliente richiedeva capacità, competenza, e io ero talmente scarsa che potevo davvero solo passare dei bigodini e nulla più, per una paga irrisoria di qualche mille lire infilati nelle tasche del camice nero, in nero ovviamente.
Ogni tanto la sera, seduti a tavola, mamma e papà discutevano sul mio futuro lavorativo e io li sentivo parlare di una cosa che non mi era chiara, parlavano di marchette, di contributi, di pensione, tutta roba che a me sembrava assurda.
A me bastava un lavoretto, qualche soldino nelle tasche per far festa, le marchette che cavolo erano?
Poi il parrucchiere st***zo mi licenziò, o mi feci licenziare, tanto non ero nemmeno stata assunta, e via.
Accanto al negozio di parrucchiere stava per aprire un nuovo negozio della Benetton, il primo nella mia città, grandi vetrine, spazi interni bellissimi, migliaia di maglioncini multicolor piegati dentro gli scaffali, manichini vestiti di deliziose gonnelline a quadretti.
Decisi di investire la misera paga del finto TFR ricevuto dal parrucchiere ( credo 10.000 lire) per acquistare una di quelle deliziose gonnelline, ma quando entrai la capo commessa mi disse che la gonnellina costava il triplo del mio TFR, ma*****ia.
Però mi disse che, volendo, potevo guadagnarmela quella gonnellina, lavorando per loro che cercavano giovani commesse per il nuovo negozio.
Mi propose un colloquio con il titolare, che era anche lui ben poco simpatico, ma dopo avermi squadrata da capo a piedi, anzi da t***e a cosce, mi disse che potevo provare e che se fossi stata una brava venditrice avrei potuto ottenere un contratto vero, con retribuzione e contribuzione.
Che fossero le famose marchette?
Iniziai il mio nuovo lavoro e ben presto mi resi conto che ero brava, brava davvero, ero capace di vendere in un fine settimana qualcosa come 200 capi, e così il mio titolare mi offrì quel contratto a tempo determinato, per sei mesi, insieme alle famose marchette, per la gioia di mio padre e mia madre.
Carriera avviata insomma, INPS scansate...
Nei sei mesi cambiai molti negozi dello stesso brand, mi affidarono, per capacità creative, l'allestimento di tutte le vetrine dei negozi e piano piano si andava delineando un talento nel mondo della moda, che spaziava dall'abbigliamento alle calzature.
Percepivo uno stipendio medio basso, ma avevo una forte scontistica sui capi che vendevo e a me, giovane e bella asina rampante, bastava.
Ero asina, ma anche molto giovane e desiderosa di uscire con gli amici con i pullover colorati, le gonnelline a quadri, le scarpe con i tacchi e le borsette alla moda.
Che volere di più?
Un giorno mia madre mi fa vedere un annuncio su un giornale locale e leggo ( svogliatamente) che nella mia città cercano aspiranti infermiere per un corso della Regione Piemonte dove, in tre anni di scuola, si ottiene il diploma di infermiera.
Boh, che storia eh?
Mi convince, non so come, a partecipare alla selezione, che tanto è solo un colloquio, che mi costa?
La direttrice del corso era tipo il parrucchiere, acida, rigida, fredda come un bastoncino Findus.
Mi elenca tutta una serie di caratteristiche del corso e della figura lavorativa che si andava a formare, mi parla di una pioniera del nursing ( cos'è? chi è?) e alla fine mi chiede perchè io desiderassi diventare infermiera.
Ma io non desideravo diventare infermiera, io ero lanciatissima come vetrinista per la Benetton, avevo una mezza carriera avviata, uno stipendio da fame, ma jeans di tutti i colori a mia disposizione.
Dissi alla direttrice qualcosa del genere, e lei con un mezzo sorriso mi disse: "Prova, cos'hai da perdere?"
Già, un'asina che vende moda cos'ha da perdere iscrivendosi a un corso per infermiere?
Le preghiere di mia madre e mio padre fecero il resto e in un guizzo di super ego professionale, decisi di mollare le vetrine ed entrare in ospedale come allieva del corso per infermiere professionali.
Che io fossi allergica a qualunque aula scolastica è cosa nota, del resto il diploma di asina certificata me lo ero sudato dalle elementari fino alle superiori ed ora, di nuovo, ero seduta con le gambe sotto un banco a sentire lezioni complesse, di materie strane, con davanti a me non più un manichino da vestire, ma un corpo umano da studiare.
Aiuto!
Erano anni complessi, dove la ricerca di un lavoro era per una ragazza come me qualcosa che si andava a sovrapporre alla ricerca di un amore, di una famiglia, di una identità personale e lavorativa non sempre chiara e fluida.
Infatti, dopo due anni di corso per infermiera, mi capitò di vincere uno dei tanti concorsi che feci, sempre per accontentare mamma e papà, e mi ritrovai investita del ruolo di Agente della Polizia di stato e pronta a partire per la scuola di Polizia che mi attendeva a Genova.
Aiuto! Help! SOS
E ora che faccio? Mollo la siringa e prendo la pi***la?
Posso tornare per favore a lucidare cruscotti, vendere scarpe, allestire vetrine?
Cosa volevo veramente fare io, Laura, che non fosse qualcosa che volevano gli altri?
Fino a quando l'alibi dell'asina certificata mi avrebbe salvata dal prendermi la responsabilità di darmi invece una possibilità di crescita professionale?
Nel 1987 mi diplomai infermiera professionale , non senza difficoltà.
Fui , come sempre una pessima scolara nel banco, ma un'ottima allieva nelle corsie.
Strappai via tre anni di corso con così tante insufficienze che a salvarmi furono sempre e solo le valutazioni altissime che avevo nei tirocini ospedalieri, la somma matematica e la media scolastica con me facevano i salti mortali, ma ogni volta ero salva.
Ero finalmente infermiera.
Arrivarono le marchette, i contratti , e quel primo vero stipendio di 700.000 lire con il quale mi comprai la mia prima macchina usatissima e scarburata, ma tutta mia, pagata con i miei guadagni.
Finalmente avevo un posto di lavoro a tempo indeterminato, per sempre, la gioia di ogni padre e ogni madre, il posto fisso.
Lavoro da quarant'anni, da quel primo bigodino messo sulla testa di una cliente all'ultima flebo infusa al mio paziente di oggi.
Non ho fatto carriera, non ho potuto prendere master, non so se ne avrei voluti, forse si, perchè questa dannata professione mi affascina ancora oggi che dovrei vomitarla per tutte le nausee professionali con le quali convivo.
L'unica cosa che ho fatto, involontariamente, è diventare Panda rei, avvicinandomi da profana al mondo del nursing narrativo che per me è stato un salvavita.
Se guardo indietro vedo una bambina balbuziente che non riusciva mai a dire ai suoi maestri quanto le sarebbe piaciuto studiare se solo avesse potuto farlo, senza bullismi e paranoie.
Se guardo avanti vedo un'infermiera vicina alla pensione che ha ancora tante cose da dire, comprese le cose non dette di ieri.
Esistono nella mia vita un lavoro visibile e uno invisibile ed è su quest'ultimo che sto impegnando le mie ultime energie professionali ed umane.
La cosa più importante della vita è saper scegliere un lavoro ed è spesso è affidata al caso.
Nel mio caso la passione infermieristica ha scelto me.
Buon 1 maggio a tutti i colleghi infermieri.
Panda rei