Panda rei

Panda rei Tu chiamale se vuoi prestazioni. Ogni mio viaggio è un racconto sulla punta delle dita. Ogni casa un teatro.

Solo la narrativa può restituire, in parte, il sapore di ciò che accadde. Raccontare per me è ti**re fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo. Cercando la parola faccio ordine tra i miei pensieri spesso caotici e pieni di domande. E una domanda su tutte sempre, prima di accarezzare la tastiera:
Cosa rende questa storia tanto importante da essere scritta?

13/10/2024
03/10/2024
Vi invito a mettere un like sulla pagina del concorso indetto da Opi Varese.La mia video visione sulla Cura.Grazie Panda...
20/05/2024

Vi invito a mettere un like sulla pagina del concorso indetto da Opi Varese.
La mia video visione sulla Cura.
Grazie Panda rei

Amo questo dannato mestiere
12/05/2024

Amo questo dannato mestiere

12 maggio 2022 giornata internazionale degli infermieri👁️‍🗨️

Dove sono gli infermieri?
Cosa fanno gli infermieri?
Ospedali, camere di degenza, sale operatorie, ambulatori, strade.
Un infermiere è infermiere da quando si alza al mattino fino alla sera.
E' infermiere quell'uomo o quella donna che sente la sveglia suonare e ancora non ha smaltito la stanchezza del giorno prima, è infermiere chi scambia la notte con il giorno, è infermiere chi prepara colazioni ai figli guardando l'orologio, è infermiere chi deve ancora stirarsi la divisa, è infermiere chi accende mutui per una casa, è infermiere chi non spegne mai il cellulare, neppure la domenica.
Un infermiere non leva mai la divisa che si onora di indossare.
E' come un cappotto, a volte troppo pesante d'estate, a volte caldo quando scende il gelo, a volte un vestito di fattura perfetta, altre volte un paio di jeans troppe volte rammendati.
E' infermiere chi bolla la cartolina in orario e chi non la bolla più per quiescenza.
E' infermiere chi trova il tempo di innamorarsi anche quando di notte si spengono campanelli in una corsia ospedaliera, è infermiera una madre che allatta poco prima del turno ridotto, è infermiera chi si ammala e riceve cure, è infermiere anche il vecchio che invecchia con più paura di chiunque altro.
Infermieri non si nasce e forse neppure lo si diventa.
Infermieri si è, a dispetto di chi ci vorrebbe missionari dentro un mestiere che diventa professione quando smettiamo di crederci qualcun altro che non sia un infermiere.
Dove vivono gli infermieri? Dov'è la loro casa?
Dentro le storie, dentro le persone.
Sono le persone i veri luoghi nei quali fermarsi. Patrie da difendere e case da abitare.

Panda rei

1 Maggio 2024 Festa dei LavoratoriL'attività professionale ricopre un ruolo fondamentale per l'esistenza umana, sia perc...
01/05/2024

1 Maggio 2024 Festa dei Lavoratori

L'attività professionale ricopre un ruolo fondamentale per l'esistenza umana, sia perché fornisce il sostentamento economico per poter sopravvivere, sia perché, nel migliore dei casi, rappresenta l'espressione più riconoscibile delle proprie capacità e dei propri talenti.
Il mio primo talento, dopo le scuole dell'obbligo, fu quello di smettere di studiare.
Un'asina che credeva di esserlo, una che nascondeva varie forme di disagio giovanile indossando svariate divise che non la rappresentavano, ma la proteggevano.
Il mio primo datore di lavoro fu mio padre, che non rassegnandosi alla mia anima ribelle di asina certificata, cercò di farmi capire quanto importante fosse studiare invece che sporcarsi le manine in un'officina meccanica.
Mentre io lucidavo cruscotti a retribuzione zero nell'officina di mio padre, mia madre cercava per me qualche occupazione femminile tipica per le ragazze asine che non volevano più studiare.
Così mi ritrovai ben presto a passare i bigodini ad un parrucchiere brutto e antipatico che mi concedeva solo quella attività, perchè anche solo fare uno shampoo sulla testa di una cliente richiedeva capacità, competenza, e io ero talmente scarsa che potevo davvero solo passare dei bigodini e nulla più, per una paga irrisoria di qualche mille lire infilati nelle tasche del camice nero, in nero ovviamente.
Ogni tanto la sera, seduti a tavola, mamma e papà discutevano sul mio futuro lavorativo e io li sentivo parlare di una cosa che non mi era chiara, parlavano di marchette, di contributi, di pensione, tutta roba che a me sembrava assurda.
A me bastava un lavoretto, qualche soldino nelle tasche per far festa, le marchette che cavolo erano?
Poi il parrucchiere st***zo mi licenziò, o mi feci licenziare, tanto non ero nemmeno stata assunta, e via.
Accanto al negozio di parrucchiere stava per aprire un nuovo negozio della Benetton, il primo nella mia città, grandi vetrine, spazi interni bellissimi, migliaia di maglioncini multicolor piegati dentro gli scaffali, manichini vestiti di deliziose gonnelline a quadretti.
Decisi di investire la misera paga del finto TFR ricevuto dal parrucchiere ( credo 10.000 lire) per acquistare una di quelle deliziose gonnelline, ma quando entrai la capo commessa mi disse che la gonnellina costava il triplo del mio TFR, ma*****ia.
Però mi disse che, volendo, potevo guadagnarmela quella gonnellina, lavorando per loro che cercavano giovani commesse per il nuovo negozio.
Mi propose un colloquio con il titolare, che era anche lui ben poco simpatico, ma dopo avermi squadrata da capo a piedi, anzi da t***e a cosce, mi disse che potevo provare e che se fossi stata una brava venditrice avrei potuto ottenere un contratto vero, con retribuzione e contribuzione.
Che fossero le famose marchette?
Iniziai il mio nuovo lavoro e ben presto mi resi conto che ero brava, brava davvero, ero capace di vendere in un fine settimana qualcosa come 200 capi, e così il mio titolare mi offrì quel contratto a tempo determinato, per sei mesi, insieme alle famose marchette, per la gioia di mio padre e mia madre.
Carriera avviata insomma, INPS scansate...
Nei sei mesi cambiai molti negozi dello stesso brand, mi affidarono, per capacità creative, l'allestimento di tutte le vetrine dei negozi e piano piano si andava delineando un talento nel mondo della moda, che spaziava dall'abbigliamento alle calzature.
Percepivo uno stipendio medio basso, ma avevo una forte scontistica sui capi che vendevo e a me, giovane e bella asina rampante, bastava.
Ero asina, ma anche molto giovane e desiderosa di uscire con gli amici con i pullover colorati, le gonnelline a quadri, le scarpe con i tacchi e le borsette alla moda.
Che volere di più?
Un giorno mia madre mi fa vedere un annuncio su un giornale locale e leggo ( svogliatamente) che nella mia città cercano aspiranti infermiere per un corso della Regione Piemonte dove, in tre anni di scuola, si ottiene il diploma di infermiera.
Boh, che storia eh?
Mi convince, non so come, a partecipare alla selezione, che tanto è solo un colloquio, che mi costa?
La direttrice del corso era tipo il parrucchiere, acida, rigida, fredda come un bastoncino Findus.
Mi elenca tutta una serie di caratteristiche del corso e della figura lavorativa che si andava a formare, mi parla di una pioniera del nursing ( cos'è? chi è?) e alla fine mi chiede perchè io desiderassi diventare infermiera.
Ma io non desideravo diventare infermiera, io ero lanciatissima come vetrinista per la Benetton, avevo una mezza carriera avviata, uno stipendio da fame, ma jeans di tutti i colori a mia disposizione.
Dissi alla direttrice qualcosa del genere, e lei con un mezzo sorriso mi disse: "Prova, cos'hai da perdere?"
Già, un'asina che vende moda cos'ha da perdere iscrivendosi a un corso per infermiere?
Le preghiere di mia madre e mio padre fecero il resto e in un guizzo di super ego professionale, decisi di mollare le vetrine ed entrare in ospedale come allieva del corso per infermiere professionali.
Che io fossi allergica a qualunque aula scolastica è cosa nota, del resto il diploma di asina certificata me lo ero sudato dalle elementari fino alle superiori ed ora, di nuovo, ero seduta con le gambe sotto un banco a sentire lezioni complesse, di materie strane, con davanti a me non più un manichino da vestire, ma un corpo umano da studiare.
Aiuto!
Erano anni complessi, dove la ricerca di un lavoro era per una ragazza come me qualcosa che si andava a sovrapporre alla ricerca di un amore, di una famiglia, di una identità personale e lavorativa non sempre chiara e fluida.
Infatti, dopo due anni di corso per infermiera, mi capitò di vincere uno dei tanti concorsi che feci, sempre per accontentare mamma e papà, e mi ritrovai investita del ruolo di Agente della Polizia di stato e pronta a partire per la scuola di Polizia che mi attendeva a Genova.
Aiuto! Help! SOS
E ora che faccio? Mollo la siringa e prendo la pi***la?
Posso tornare per favore a lucidare cruscotti, vendere scarpe, allestire vetrine?
Cosa volevo veramente fare io, Laura, che non fosse qualcosa che volevano gli altri?
Fino a quando l'alibi dell'asina certificata mi avrebbe salvata dal prendermi la responsabilità di darmi invece una possibilità di crescita professionale?
Nel 1987 mi diplomai infermiera professionale , non senza difficoltà.
Fui , come sempre una pessima scolara nel banco, ma un'ottima allieva nelle corsie.
Strappai via tre anni di corso con così tante insufficienze che a salvarmi furono sempre e solo le valutazioni altissime che avevo nei tirocini ospedalieri, la somma matematica e la media scolastica con me facevano i salti mortali, ma ogni volta ero salva.
Ero finalmente infermiera.
Arrivarono le marchette, i contratti , e quel primo vero stipendio di 700.000 lire con il quale mi comprai la mia prima macchina usatissima e scarburata, ma tutta mia, pagata con i miei guadagni.
Finalmente avevo un posto di lavoro a tempo indeterminato, per sempre, la gioia di ogni padre e ogni madre, il posto fisso.
Lavoro da quarant'anni, da quel primo bigodino messo sulla testa di una cliente all'ultima flebo infusa al mio paziente di oggi.
Non ho fatto carriera, non ho potuto prendere master, non so se ne avrei voluti, forse si, perchè questa dannata professione mi affascina ancora oggi che dovrei vomitarla per tutte le nausee professionali con le quali convivo.
L'unica cosa che ho fatto, involontariamente, è diventare Panda rei, avvicinandomi da profana al mondo del nursing narrativo che per me è stato un salvavita.
Se guardo indietro vedo una bambina balbuziente che non riusciva mai a dire ai suoi maestri quanto le sarebbe piaciuto studiare se solo avesse potuto farlo, senza bullismi e paranoie.
Se guardo avanti vedo un'infermiera vicina alla pensione che ha ancora tante cose da dire, comprese le cose non dette di ieri.
Esistono nella mia vita un lavoro visibile e uno invisibile ed è su quest'ultimo che sto impegnando le mie ultime energie professionali ed umane.
La cosa più importante della vita è saper scegliere un lavoro ed è spesso è affidata al caso.
Nel mio caso la passione infermieristica ha scelto me.
Buon 1 maggio a tutti i colleghi infermieri.

Panda rei

Pasqua 2024Piove, fa freddo, più che pasqua sembra natale.A natale c'era un sole pazzesco, più che natale sembrava pasqu...
31/03/2024

Pasqua 2024

Piove, fa freddo, più che pasqua sembra natale.
A natale c'era un sole pazzesco, più che natale sembrava pasqua.
Le stagioni delle linee chemioterapiche sono come le feste, capita che a natale togli l'elastomero del primo ciclo e a pasqua metti l'elastomero del ciclo successivo.
In mezzo passano settimane di m***a dove le stagioni mutano rapidamente, a pasqua puoi ancora a avere i capelli ma vomitare l'anima, mentre a dicembre preghi il tuo Dio per una TAC decente.
Gli ambulatori delle feste sono quei rari posti ancora aperti in mezzo alle chiusure politiche scellerate di molti luoghi di cura.
Neon accesi nel buio degli ospedali vuoti di gente, porte chiuse, sportelli deserti, serrande abbassate, display spenti e quel magnifico silenzio che accompagna i pochi visitatori, replicanti di dolori festivi che non accennano a placarsi.
Piove e fa freddo, sembra natale e lei arriva con la faccia di un cristo appena tirato giù dalla croce.
E' dal venerdì santo che ha, dentro di lei, i chiodi della seconda linea di chemio che trafiggono il suo esile corpo, durante la crocifissione la flebo rossa l'ha picchiata, flagellata, coronata di spine e dispositivi endovasali impiantati e, infine, inchiodata alla croce.
E' la settimana santa ed è perfetta per celebrare la via crucis di chi, anche nei giorni di festa, va e viene per ambulatori a fare cose assolutamente in linea con la liturgia della passione di Dio e di tutti i poveri cristi ammalati.
C'è una piccola fila di persone che fuori dall'ambulatorio infermieristico attendono il loro turno.
Molti di loro avranno osservato il digiuno, chi per aver vomitato l'anima, chi per aver piantata nella pancia una PEG, chi perchè non sente più alcun gusto.
Ma oggi è pasqua, la domenica di pasqua, e pasqua è la vittoria della vita sulla morte, è rinascita, resurrezione, è l'elastomero che, completamente vuoto, rende libera questa donna che oggi potrà andarsene di qui e festeggiare chissà cosa.
E' bella e glielo dico da sempre.
Viene da me ogni 21 giorni a fare questa cosa che ci fa schifo a tutte e due.
Le stacco la terapia e le sistemo il dispositivo endovasale impiantato.
Il casatiello la sta aspettando a casa, almeno lei una casa, un marito, un figlio, ce l'ha.
Ma lei ha anche qualcosa che io non ho, e la mia croce accanto alla sua è così piccola da vergognarmene quasi.
Dio mi guardò e disse: " vedi tutte quelle croci, ecco provale e cerca quella che ti è meno pesante ".
Guardai allora la mia croce e riconoscendola capii che forse la mia vita a differenza di altre era bellissima.

Buona Pasqua

Mestiere di emme La domanda più insistente e urgente della vita è: “Cosa stai facendo per gli altri?”La risposta più inc...
28/03/2024

Mestiere di emme

La domanda più insistente e urgente della vita è: “Cosa stai facendo per gli altri?”
La risposta più incredibile ed immediata è stata: “Nulla, sono gli altri ad aiutare me"
C'è un momento nella vita di ogni persona dedicata alla cura dove passare dall'altra parte diventa propedeutico allo studio di quella disciplina indisciplinata che è la vita.
Noi curanti siamo gente strana, manipoliamo sofferenza, accarezziamo emozioni, infiliamo aghi e raccontiamo storie.
E ce la cantiamo e ce la suoniamo.
Ci formiamo e cresciamo nella consapevolezza che la missione di aiuto sia una specie di energia che trasuda da ogni nostro poro e quando quell'energia invece non c'è passiamo per freddi esecutori di metodiche e procedure, come se fosse facile amalgamare le competenze, il carattere, l'indole, la giornata di m***a, il marito che ti fa dannare, il collega st***zo, un figlio che a diciotto anni ti muore per un cancro bastardo.
Però sotto quella divisa nessuno vede quel che siamo e quel che viviamo, dobbiamo essere performanti, possibilmente sorridenti, di sicuro empatici che va sempre di moda.
In una parola dobbiamo curare anche quando siamo noi ad aver bisogno di cure, anche mentre cerchiamo una vena e non troviamo pace.
Questa illusione di essere necessari quando siamo tutti sostituibili, intercambiabili, pedine di un sistema salute che ci vuole efficienti e non sentimentali e mossi da buone prassi del cuore.
Il sentimento ci ha fregati, quelli come noi intendo.
Il cuore è due atri e due ventricoli, stop.
Eppure il modo migliore di aiutare un uomo è permettergli di aiutarci, il miglior modo per assistere è lasciarci assistere e assorbire ogni volta quell'energia che ci ha cambiati nel tempo e ci ha fatto diventare come siamo, permeabili alle emozioni, alle storie che ascoltiamo ogni giorno.
Siamo fatti così, diventeremo vecchi così sperando di incrociare un giorno, dentro un letto, due occhi magnifici che ci accarezzeranno l'anima mentre la mano ci infilerà l'ultima sonda da qualche parte.
Dio e gli angeli non vengono pagati, anche se il loro è uno tra i lavori più usuranti.
Agli infermieri non pagano neppure un sorriso se fatto in straordinario, ma lo straordinario è che noi lo facciamo comunque.
Sempre.
Mi alzo, faccio p**ì, prendo un Diclofenac, il Lyrica e sono pronta a buttarmi nella mischia, nella centrifuga di un ospedale che mi strizza , mi candeggia per bene, mi stende e mi lascia stropicciata ogni volta.
Dall'altra parte è peggio, ve lo assicuro.
Ringrazio ogni giorno si essere tornata a essere un curante e non un curato.

SpaccacuoreMi fa sempre questo effetto.Stendo un velo di crema anestetica, cerco accogliere con gentilezza quella person...
18/03/2024

Spaccacuore

Mi fa sempre questo effetto.
Stendo un velo di crema anestetica, cerco accogliere con gentilezza quella persona che tra quindici minuti sarò costretta a far soffrire.
E' una piccola sofferenza dicono, almeno fino a che non la si prova sulla propria pelle, e allora diventa una sofferenza che si aggiunge a tutte le altre, e certi giorni diventa grande, grandissima.
Dieci, quindici minuti di attesa durante i quali cerchi di mettere a proprio agio il malcapitato, perchè è un male essere capitato nel mio ambulatorio per fare quella cosa lì che serve per agevolare altro male che arriverà.
Ma a fin di bene, sia chiaro.
E allora si fanno quattro parole di circostanza, si chiede se lo sta ancora usando, se è sotto terapia, se l'ultima volta era tutto a posto o se c'erano problemi da segnalare.
Mentre nella tua testa preghi il tuo Dio che quella pratica sia rapida, efficace, veloce, sicura, sbrigativa.
Ma non riesco a sbrigarmi, perchè mai dovrei sbrigarmi se una pomata anestetica ci mette quindici minuti a fare effetto? E io quanto ci metto a fare effetto a me stessa?
Come un prete durante la messa io preparo il mio altare di robe sterili, l'acqua per lavare il sistema impiantato, l'ago della tortura, il migliore dei disinfettanti e la tovaglia delle feste, il telo fenestrato a ricordarmi che dentro quella finestra c'è un cuore, un cuore ferito.
Io sono pronta.
E tu sei pronta?
Ogni volta che afferro questo dannato ago di Huber penso che sembra una piccola pi***la, e io odio le armi.
Da qualche anno è diventata una pi***la con la sicura, per evitare il rinculo, con la canna dell'arma che dopo lo sparo resta ingabbiata .
Che meraviglia! Che orrore!
Devo prendere la mira e chiedo il permesso di toccare quel torace n**o, coperto da quel telo azzurro, sotto quella finestra che mi dice: "Ehi baby spara! Che fuori l'ambulatorio è pieno di gente!"
Tocco.
Toccare è comunicare a tutti gli effetti, è accogliere l'altro riconoscendolo nella sua individualità e nel suo esistere, ma questa è solo una orribile palpazione dove devo riconoscere null'altro che il punto preciso in cui infilare il mio proiettile.
Carezza.
Posso accarezzare?
Lo faccio nel gesto semplice di rimuovere l'anestetico con una piccola garza, penso che sia una specie di carezza , io voglio pensare che lo sia, nel suo silenzioso rito.
Ma ho finito il tempo, ho finito gli stratagemmi, ho finito persino le parole.
Devo sparare.
Ma non pensarci più, ti ho detto di mirare , l'amore spacca il cuore, spara, spara spara amore!
"Eseguito lavaggio dispositivo endovasale impiantato porth a cath, pervio in infusione e aspirazione."
Saluti, convenevoli, rassicurazioni, prenotazioni.
Cose di routine.
A cui mai mi abituerò.

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