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Photos from Centro Alti Studi e Ricerca Internazionale TENET Institute Team's post 04/05/2026

ANALISI E DINAMICHE NEL SAHEL E MALI
L’Africa è uno splendido continente, pieno di natura e meraviglie paesaggistiche. Purtroppo, però è noto anche per le guerre civili ed i continui golpe posti in essere dai guerriglieri e gruppi armati, i quali provocano l’instabilità di alcuni dei Paesi del continente, salvo sporadiche eccezioni, quali casi di presidenze decennali o casi di autocrazie ereditarie.
I principali problemi dell’Africa includono povertà diffusa, instabilità politica (colpi di stato, conflitti), cambiamenti climatici (siccità, alluvioni) e carenze infrastrutturali – sanitarie. Circa 430 milioni di persone vivono in povertà estrema, con gravi lacune nell’istruzione e accesso all’acqua. Il continente è vulnerabile agli effetti climatici, nonostante le basse emissioni.
Nel continente africano sin dai tempi della prima decolonizzazione avvenuta dopo gli anni 50 del secolo scorso, si sono succeduti oltre 200 colpi di Stato tanto che i golpe in Africa vista la frequenza sono diventati una consuetudine e costitutivi, anzi possiamo definirli uno strutturale sistema di avvicendamento politico.
Meno fisiologici sono quelli dove gli attori sono Stati esteri.
In casi del genere le sfumature neocolonialiste hanno contraddistinto governi, in particolare nell’area del Sahel, in cui Paesi come il Burkina Faso, Ciad, Niger e Mali hanno creduto che le neo strategie occidentali potessero assicurare stabilità ai gruppi golpisti, ovverosia quelle strategie ritenute non originate da processi democratici.
La realtà è che sulla popolazione di questi Stati si sono concretizzate carenze, le quali stanno facendo rimpiangere il modus operandi dei tradizionali colpi di Stato.
Dopo il colpo di stato in Burkina Faso in cui tutt’oggi parte di esso è assediato da movimenti jihadisti è toccato al Mali, in cui i governanti golpisti al potere rischiano nuovamente di perdere il controllo di una parte o forse tutto il territorio.
Infatti, il Mali sta attraversando una delle fasi più violente e destabilizzanti degli ultimi anni, segnata da un’offensiva coordinata senza precedenti contro la giunta militare al potere.
Dopo quasi trent’anni di interventi stranieri fallimentari nel Sahel, l’insorgenza jihadista allunga i propri tentacoli in tutta la regione, destabilizzando l’intera area e la sicurezza dell’intera sponda sud del Mediterraneo. Il 17 luglio 2025 l’Esercito francese ha formalizzato il ritiro finale dal territorio del Senegal, consegnando simbolicamente le chiavi alle autorità locali della caserma di Camp Geille, situata accanto all’aeroporto di Dakar.
Il ritiro delle forze francesi ha rappresentato il risultato dell’incapacità dell’occidente e nello specifico della Francia di contribuire alla stabilizzazione nel Sahel, un’area strategica situata nel cuore dell’Africa, tra il deserto del Sahara e le savane dell’Africa subsahariana, una striscia di terra lunga 6000 chilometri circa che si estende dal delta di Saloum, in Senegal, fino alla costa sudanese del Mar Rosso.
A nord est del Mali vi è situata la città di Kidal, oggetto di contesa e da anni è teatro di conflitti e tensioni e in questi ultimi tempi tornata ad essere il centro di una lotta per il potere tra l’etnia tuareg e l’esercito maliano.
Nel tempo, l’area ha riscontrato una robusta instabilità dei governi nazionali, affetti da corruzione, soggetti a colpi di Stato e incapaci di esercitare un’autorità concreta al di fuori dei principali centri urbani. Inoltre, si aggiungono anche diffuse tensioni etniche, una lunga tradizione di ribellioni e di prese di potere da parte di signori della guerra, nonché l’impatto della crisi climatica, che aumenta la scarsità di risorse essenziali per la popolazione e lo sviluppo di essa.
Nondimeno, un quadro sempre più complicato grazie ai giochi geopolitici di player stranieri aventi interessi strategici nell’area.
Tutti questi fattori hanno trasformato la regione in un vespaio o meglio in un cocktail disastroso di crisi, disperazione e radicalizzazione, la quale ha consentito negli anni ai gruppi insorgenti jihadisti di insediarsi nel torbido e prosperare.
Detti fattori hanno fatto si, che il Sahel diventasse la regione più pericolosa al mondo secondo il Global Terrorism Index, nel 2025.
• Il 51% delle morti legate all’attività terroristica internazionale sono avvenute qui.
• I conflitti armati nella regione hanno causato la morte di 25.000 persone.
• L’attività delle filiali regionali dello Stato Islamico – lo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISS), lo Stato Islamico dell’Africa Occidentale (ISWA) – di Boko Haram e del ramo locale di Al – Qaeda, Jama’at Nusrat al – Islam wal – Muslimin (JNIM), è in crescita, favorita dai proventi del contrabbando e del traffico di droga.
In questo disegno geopolitico, va menzionata la crisi libica, la quale ha permesso la liberazione di infiniti depositi di armi, e reso particolarmente agevole il traffico di droga e un continuo flusso di armi permettendo così una seria instabilità politica dovuta all’incapacità sia delle forze di sicurezza locali che delle missioni di intervento straniere (Operazione Barkhane francese) favorendo numerosi colpi di Stato e il riallineamento delle autorità verso l’Alleanza degli Stati del Sahel in posizione antioccidentale e allineata con Russia e Cina, appaltando la sicurezza agli Africa Korps e gli investimenti infrastrutturali alla Cina.
I recenti attacchi avvenuti a Gao e a Kidal, nel nord, a Konna, Mopti (città fluviale sul Niger) e a Sevare, nel centro del paese, e soprattutto a Kati (città militare di importanza strategica, a pochi chilometri dalla capitale, Bamako, dove è stato ucciso il ministro della difesa, Sadio Camara, e gravemente ferito Modibo Koné, responsabile dei servizi di sicurezza), segnano una cambiamento di direzione nella grave crisi politico – militare che il paese attraversa dal 2012, le cui caratteristiche sono paradigmatiche dell’annodarsi di conflitti locali e nazionali con interessi internazionali.
L’attuale conflitto non riguarda solo il controllo di un’area geografica, ma rappresenta un valore strategico e soprattutto simbolico.
La città di Kidal rappresenta per i tuareg il simbolo della resistenza, differente e molto più ampio della comune concezione locale di resistenza.
In molteplici periodi e, nonostante i numerosi tentativi di ristabilirne l’autorità statale, il territorio che comprende Kidal è stato fuori dal controllo dello Stato maliano.
Nel 2012 Kidal fu occupata da gruppi jihadisti, causando di conseguenza la teoria della ritirata dell’esercito maliano, motivata dall’allora presidente del Comitato nazionale per la restaurazione della democrazia e dello Stato, Amadou Sanogo, come garanzia di sicurezza, sia per gli abitanti che per le loro proprietà, riponendo l’integrità territoriale in sottordine.
Successivamente, nel 2014 iniziò la neo copertura francese con l’Operazione Barkhane, così la regione nord est del Paese fu gradualmente riportata sotto il controllo di Bamako lasciando la città di Kidal, con la complicità francese, baluardo tuareg.
L’operazione alterò gli equilibri di potere facendo percepire al governo maliano di essere stato scavalcato. Infatti, per un lungo periodo le forze armate maliane furono mal sopportate in quella regione.
I recenti attacchi dimostrano un salto di qualità nella capacità di trarre vantaggio dai nuovi assetti internazionali, dimostrato dall’incontro tra il Presidente degli Stati Uniti e Abu Mohammad al Jolani, considerato un terrorista e membro di Al Qaeda in Siria fino a poco tempo addietro e ricercato in tutto il globo, firmando un patto con Trump per la lotta contro lo Stato Islamico (ISIS) e accolto con tutti gli onori alla Casa Bianca.
L’incontro dimostra non solo la triste volatilità di nozioni come terrorismo, islamista, diritti umani, ma anche come in Mali le milizie antigovernative, accusate di essere alleate di gruppi islamisti (Al – Qaida e ISIS – Sahel), hanno saputo cogliere un momento particolarmente propizio, al fine di acquisire visibilità, ridefinire il fronte delle possibili alleanze e ottenere una riabilitazione a livello internazionale.
Per capire meglio, occorre ripercorrere il filo degli eventi, ovverosia partire dal post indipendenza, nel 1960 quando il Mali vide l’opposizione dei gruppi tuareg, i quali denunciavano l’abbandono delle regioni settentrionali da parte del governo centrale, l’inizio delle violenze da parte delle forze armate, mentre preventivavano di organizzarsi militarmente per una autonomia politica.
Negli anni, la repressione governativa è stata molto spesso crudele. Infatti, nel 1969 i rapporti si inclinano sempre più, causa motivi di natura etnico – razziali.
Anche i rapporti con la vicina Algeria hanno rappresentato motivo di instabilità, non solo per l’alleanza storica dei governi algerini con i gruppi tuareg, ma anche a causa del conflitto per l’accesso a una regione ricchissima di giacimenti di petrolio, gas e altre risorse naturali.
In tutta l’area del Sahel, dopo l’uccisione del generale Gheddafi per comando dei paesi occidentali cambia tutto, ovverosia il progetto panafricanista di Gheddafi (creazione di una nuova moneta abolendo il franco CFA) aveva creato problemi alla Francia.
Il franco CFA (Colonie Francesi d’Africa, diventando poi Comunità Finanziaria in Africa per i paesi dell’Africa occidentale e Cooperazione Finanziaria in Africa centrale per quelli della regione centrale) pone in evidenzia il persistente colonialismo francese.
Nel 2023 i militari maliani dopo avere estromesso dai loro rapporti i francesi ed avere seppellito l’operazione Barkhane alla fine del 2022, fecero affidamento ai mercenari russi della Wagner, a seguito Africa Korps, i quali ripresero il controllo di Kidal, siglando uno storico successo, anch’esso di grande valore simbolico.
Dal 26 aprile di quest’anno la situazione è mutata.
Diverse fonti maliane sostengono che, i tuareg che avevano già legato, con obiettivo di scopo, con i gruppi jihadisti, hanno occupato molti quartieri della città di Kidal.
Inoltre, sono stati effettuati molti attacchi in tutto il Paese contro postazioni militari dell’esercito maliano e detta operazione si colloca in uno scenario in cui sono state programmate le strategie e le tempistiche, in un momento di grande criticità del governo di Bamako.
Una crisi del regime che non si verificava dal golpe del 2020. Domenica 26 aprile 2026, il generale Sadio Camara, ministro della Difesa e uno degli uomini più influenti del Paese, è stato ucciso, mentre il capo della giunta, il generale Assimi Goïta, da sabato 25 aprile 2026 mattina quando sono iniziate le ostilità è scomparso dai radar dell’informazione.
La questione di maggiore rilevanza è che Camara risiedeva a Kati, una cittadella militare, una sorta di fortezza, che dista alcuni chilometri da Bamako, in cui risiede anche Goïta e l’attentato suicida è avvenuto tramite l’impiego di un’autobomba, la quale ha ucciso anche alcuni familiari di Camara.
Nonostante la fortezza Kati i jihadisti del Juim, ovvero, Jama’at Nusrat al – Islam wal – Muslimin, gruppo terroristico legato ad al – Qaeda, insieme ai tuareg del FLA, (Fronte di liberazione dell’Azawad), sono riusciti ad annichilire uno dei leader del regime maliano.
Attualmente risulta che sia in corso un negoziato tra i tuareg del FLA (Fronte di liberazione dell’Azawad), e i mercenari dell’Africa Korps stanziati a Kidal. L’accordo prevede il ritiro dell’Africa Corps dalla città.
Fonti locali comunicano che i miliziani russi si riposizioneranno in Libia, specificatamente in Cirenaica.
La TV pubblica ORTM afferma che l’esercito maliano si sposterà nella città di Anéfis a circa un centinaio di chilometri da Kidal.
Allo status quo possiamo valutare le seguenti cause:
1) La prima è che il jihadismo nell’area sub sahariana è chiaramente in crescita anche osservando l’arsenale militare in dotazione ai jihadisti.
2) La seconda causa è data dal fatto che, una alleanza di scopo tra una etnia radicata, quale i tuareg e i terroristi islamici, porta a credere che i movimenti terroristici di stampo islamista possono cooperare anche con altre realtà locali che non siano necessariamente legate all’estremismo islamico.
3) La terza causa riguarda il fatto che i poteri dei governi golpisti o meno sono stati squilibrati dalle interferenze straniere, francesi e cooperanti, e russi, mettendo in crisi i naturali equilibri politici dei governi.
La Coalizione delle forze per la repubblica, movimento che vede figura importante Mahmoud Dicko, Imam maliano in esilio, ha chiesto le dimissioni del governo di Bamako, e l’avvio di una transizione civile, repubblicana e inclusiva, al fine di evitare un drammatico collasso del Paese. Transizione civile, repubblicanesimo e inclusività, elementi difficili da scorgere visto il profilo dei proponenti e dei suoi alleati.
L’evidente deterioramento della struttura di sicurezza nel Sahel, contrassegnato da un’ampia campagna di attacchi delle reti jihadiste in Mali, Burkina Faso e Niger contro le forze governative, pone in evidenza l’evoluzione qualitativa e quantitativa delle capacità operative di queste organizzazioni terroristiche.
Tale evoluzione è favorita dalla debolezza istituzionale, dovuta alla elevata percentuale di corruzione, la quale consente agli insorgenti di stabilire proto – istituzioni, e dalla compresenza di attori locali e stranieri con obiettivi talvolta divergenti, nonché dalla porosità delle frontiere e dalla cooperazione tra gruppi jihadisti, criminalità organizzata e reti di contrabbando.
In Mali, Burkina Faso e Niger, i minatori collaborano con gruppi armati per necessità e scelta, rafforzando l’influenza estremista e minando l’autorità statale. La JNIM ha una vasta rete di membri in tutti e tre i paesi, con una presenza sempre maggiore negli stati costieri come Togo, Benin e Costa d’Avorio. Ciò le consente di controllare le rotte del contrabbando d’oro con la complicità di reti criminali internazionali che traggono profitto dal caos.
Il traffico illecito di armi estende l’influenza dei gruppi criminali nel Sahel. Nell’Africa Occidentale circolano circa 12 milioni di armi illegali, e dai continui sequestri è traffico di armi leggere, munizioni, ordigni esplosivi improvvisati, droni e lanciarazzi.
La crescente e continua forza di queste fazioni rappresenta un grave fattore di instabilità per tutta l’intera area del sud del Mediterraneo, poiché introduce elementi che potrebbero portare a destabilizzare partner strategici come Mauritania, Marocco e Algeria, considerati prime borders di contenimento delle tratte di migrazione irregolare verso il continente europeo e tale dinamica costituisce inoltre, una diretta e concreta minaccia alla sicurezza dei Paesi europei più esposti (Spagna, Italia e Grecia) creando scenari sempre più possibili di rafforzamento delle cellule islamiste in Europa, finanziate da gruppi interessati alla destabilizzazione del Sahel e dai signori della guerra, nonché parti deviate della istituzioni (funzionari corrotti).
Queste cellule, seguendo una logica di attentati e campagne contro obiettivi civili in Occidente, mirano a operazioni di forte impatto mediatico e propagandistico, come dimostrato dall’attacco contro il Crocus City Hall di Mosca, attribuito a individui legati allo Stato Islamico del Khorasan.
Non solo, il consolidamento del dominio territoriale della regione da parti di questi gruppi è capace di rendere ancora più seducente la cooperazione con i gruppi di criminalità organizzata per guarantire la viabilità del Sahel come hub strategico nel trasporto della cocaina verso l’Europa.
La proliferazione illegale di armi ha quasi eliminato le opportunità di dialogo, trascinando a prolungate violenze intercomunitarie e a crisi tra agricoltori e pastori. Il continuo aumento del traffico di armi porta la popolazione a fuggire. Secondo le stime dell’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, circa cinque milioni di persone siano state sfollate con la forza e altri 33 milioni necessitino di assistenza umanitaria.
Tutto ciò porta all’analisi che, buona parte della popolazione diventi o, meglio sia già divenuta vulnerabile allo sfruttamento del lavoro forzato, la tratta di esseri umani a scopo sessuale e il traffico di migranti, portando altresì i giovani disillusi dalle crisi economiche, di governance e di sicurezza della regione all’abuso di sostanze stupefacenti, quali droghe a basso costo come il tramadolo e altri oppioidi sintetici creando dipendenza e rendendo i giovani più vulnerabili al reclutamento da parte di reti criminali incrementando le casse di Al – Qaeda nel Maghreb islamico, affiliata al JNIM, la quale tassa le rotte del traffico di droga per finanziare le proprie attività.
La condivisione di rotte tra estremisti violenti e trafficanti di armi, droga, prostituzione e tratta di esseri umani rende sfumato il confine tra motivazioni ideologiche e lucrative.
Per riuscire a distruggere queste reti criminali terroristiche è necessario, nonché indispensabile attuare politiche dirette, al fine di rafforzare la sicurezza delle frontiere e la sicurezza delle comunità, regolamentare la produzione artigianale di armi e affrontare i fattori socioeconomici, i quali nutrono la radicalizzazione giovanile.
La crisi della criminalità organizzata e dell’estremismo nel Sahel non deriva dalla mancanza di legislazione, bensì dalla limitata capacità dei governi di applicare le leggi esistenti. Vasti spazi non regolamentati, condizioni socioeconomiche che alimentano la corruzione e una prolungata insicurezza favoriscono la prosperità delle economie illecite.
È necessario un confronto, nonché dialogo tra l’Unione Africana, paesi dell’Asia orientale e del Sud Africa, soprattutto per risolvere i conflitti di fondo come la crisi secessionista del Mali e per riuscire a distruggere le strutture estremiste e criminali che continuano ad alimentare i mercati illegali.
L’Unione Africana detiene il potere di riunire i membri dell’Asia orientale e del Sud Africa e dell’ECOWAS per contrastare la criminalità organizzata transnazionale.
Altra possibile soluzione potrebbe essere la riattivazione del Processo di Nouakchott del 2013 dell’Unione Africana contro il terrorismo e la criminalità organizzata, la quale rappresenta una soluzione, ma solo se l’UA impegnerà fino in fondo i propri sforzi nella regione del Sahel, ma il successo di questi sforzi dipende dal superamento della diffidenza, dalla condivisione di informazioni, dall’attuazione di pattuglie di frontiera congiunte e al voluto contrasto alle roccaforti criminali ed estremiste.
Il Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell’Unione Africana potrebbe spingere gli Stati membri della regione ad adottare misure che riescano a ridurre le risorse e smantellare allo stesso tempo la base di reclutamento dei gruppi estremisti attraverso attende valutazioni coordinate delle zone critiche, delle rotte del traffico di armi e delle roccaforti estremiste, le quali sono fondamentali per ridurre i danni nei confronti dei civili, mentre una rigorosa gestione delle scorte potrebbe arginare la deviazione delle armi attraverso saccheggi o corruzione.
Non da ultimo, è di fondamentale importanza affrontare le cause socioeconomiche concernenti la criminalità e per riuscire in questo intendo, l’Unione Africana deve investire fondi per avviare programmi di sviluppo economico incentrati sui giovani, soprattutto nelle comunità di confine, che offrano alternative all’estrazione mineraria illegale, al contrabbando e all’estremismo.
Le Mappe di cui sopra sono di proprietà di El mapa físico del Sahel – Mapas de El Orden Mundial – EOM; Laura Canali; Serigne Bamba Gaye – Connexions entre groupes djihadistes et réseaux de contrebande et de trafic illicites au Sahel e annamappa.com

Photos from Centro Alti Studi e Ricerca Internazionale TENET Institute Team's post 25/04/2026

RINGRAZIAMENTI
EVENTO VIOLENZA DI GENERE VENERDI 10 APRILE 2026
Un sentito ringraziamento a tutte le associazioni, ai gruppi culturali e ai cittadini che hanno partecipato alla iniziativa di sensibilizzazione.
La presenza di ognuno di voi è stata fondamentale per costruire una cultura del rispetto e della parità, dicendo NO alla violenza.
La vostra partecipazione testimonia l’impegno collettivo per un futuro libero dalla violenza.
Condividere, informarsi e confrontarsi su un tema così complesso è il primo passo per rompere il muro del silenzio.
La violenza di genere non è un’emergenza privata, ma una responsabilità di tutti.
Grazie di cuore per il vostro prezioso contributo e per la grande sensibilità dimostrata.
Insieme possiamo sostenere i percorsi di uscita dalla violenza e dare un aiuto concreto alle donne.
Un sentito grazie ai relatori: Dott. Agatino Lo Cicero, Dott. Ignazio Maugeri, Avv. Chiara Matraxia, Avv. Rosalba Gemma, Dott.ssa Marisa Scavo, Laura Costa, Dott.ssa Gabriella Musumeci, Dott.ssa Adalgisa Cucè, Dott. Vito Bulla e al TENET INSTITUTE TEAM e ACLI CATANIA.
L’Amore non è Violenza
Se devi amare una donna fallo forte non con forza

Centro Studi e Ricerca Internazionale TENET INSTITUTE TEAM

Photos from Centro Alti Studi e Ricerca Internazionale TENET Institute Team's post 18/04/2026

THE ISTANBUL CONVENTION
The Council of Europe is the continent’s leading human rights organization.
It comprises 46 member states, including all the countries that are part of the European Union. Every member state of the Council of Europe is a signatory to the European Convention on Human Rights, a treaty designed to protect human rights, democracy and the rule of law. The European Court of Human Rights oversees the implementation of the Convention in member states.
The Council’s drafting of such a treaty highlights what has been, and continues to be, the need to provide member states (and others) with a legal framework within which to define conduct to be criminalized, in order to prevent and eradicate, at an international level, violent behavior against women.
Violence against women was defined, during the United Nations International Conference on Human Rights – which concluded with the drafting of the 1993 Vienna Declaration – as a violation of women’s fundamental rights and classified as a human rights violation.
The Istanbul Convention, or Council of Europe Convention, has the force of a treaty and can be regarded as the most comprehensive of the binding instruments for preventing violence against women and domestic violence. It represents the most important and far-reaching international instrument for tackling this serious form of human rights violation.
The aim of the Istanbul Convention is to urge all signatory states to eliminate stereotypes and eradicate this deeply entrenched phenomenon in contemporary society. Zero tolerance towards this type of violence.
The Istanbul Convention represents a further significant step towards raising awareness of this issue and making life safer for women both within and beyond Europe’s borders.
Violence against women is a phenomenon that knows no geographical or temporal boundaries, as it affects all states and consists of restricting women’s ability to exercise their most basic human rights.
Its emergence in the international debate – at both the legal and social – cultural levels – has become increasingly prominent over the last two decades.
The objectives – namely, to prevent violence, protect victims, and prosecute and punish their perpetrators – form the cornerstones of the Convention.
The text of the Convention also aims to change people’s hearts and minds, urging all members of society, and in particular men and boys, to change their attitudes.
In essence, it represents a renewed call to promote greater equality between women and men, as violence against women has deep roots in gender inequality within society and is perpetuated by a culture that tolerates and justifies gender-based violence and refuses to recognize it as a problem.
The Convention on preventing and combating violence against women and domestic violence – better known as the Istanbul Convention – adopted by the Council of Europe on 11 May 2011, entered into force on 1 August 2014, following the achievement of the required number of ten ratifications. Italy played an important role in this process, having been among the first European countries to adopt the Convention, ratifying it through Law No. 77 of 27 June 2013.
To date, the Convention, which has been initialled by 44 member states of the Council of Europe and the European Union (which signed it on 13 June 2017), has been ratified by 27 states (Albania, Andorra, Austria, Belgium, Bosnia and Herzegovina, Cyprus, Denmark, Estonia, Finland, France, Georgia, Germany, Italy, Malta, Monaco, Montenegro, the Netherlands, Poland, Portugal, Romania, San Marino, Serbia, Slovenia, Spain, Sweden, Turkey and Norway).
The Istanbul Convention is the first legally binding international instrument aimed at creating a comprehensive legal framework to protect women against all forms of violence.
It is also the first international treaty to contain a definition of gender that distinguishes between men and women not solely on the basis of their biological differences, but also according to socially constructed categories that assign distinct roles and behaviors to the two sexes.
Of particular significance is the explicit recognition of violence against women as a violation of human rights, as well as a form of discrimination against women (Article 3 of the Convention); it also clearly establishes that violence against women constitutes a violation of human rights and a form of
discrimination. The Convention also establishes a clear link between the objective of gender equality and that of eliminating violence against women.
The Istanbul Convention was created in response to the need to provide European states with a concrete tool to tackle one of the most serious forms of gender-based violence, as violence against women has long been a structural problem, rooted in gender inequalities and cultural stereotypes.
The Convention aims not only to provide adequate legal protection for victims of gender – based violence, but also to promote a culture of respect for human rights and gender equality, encouraging Member States to adopt more inclusive and coordinated policies in this regard.
The text of the Istanbul Convention consists of 81 articles and is divided into 12 chapters. The articles and measures set out therein can be divided into four categories, which form the four main pillars:
PREVENTION: The prevention of gender-based violence is the Convention’s primary and fundamental objective. It requires States to promote awareness-raising campaigns, educational programmers and training initiatives to combat gender stereotypes and reduce social tolerance of violence against women.
In this context, raising awareness among society and institutions plays a crucial role.
PROTECTION: Signatory states must ensure effective protection for victims of violence. This entails the adoption of laws that facilitate access to protective measures such as restraining orders and immediate removal of perpetrators, as well as support services such as shelters, legal aid and psychological support.
The Convention therefore identifies a number of new types of offence, such as female ge***al mutilation, forced marriage, stalking, forced abortion and forced sterilization, and signatory states will consequently have to introduce into their legal systems new and significant offences that were not previously covered by their legal frameworks.
PROSECUTION AND PUNISHMENT: The Convention requires States to introduce criminal penalties to effectively punish gender – based violence offences, including stalking, r**e, female ge***al mutilation, forced marriage and other forms of abuse.
It also stipulates that such offences must not be subject to a complaint by the victim and that criminal proceedings may be initiated ex officio.
INTEGRATED POLICIES: To combat violence against women effectively, the Convention requires States to adopt coordinated and integrated policies, involving various sectors such as education, health, justice and social welfare.
States must cooperate with non-governmental organizations and other social actors to ensure synergistic action. The Convention encourages the participation and involvement of all relevant bodies and services, so that violence against women and domestic violence are addressed in a coordinated manner. It therefore calls on authorities and NGOs not to operate in isolation, but to draw up cooperation protocols. The text of the Istanbul Convention opens with the Preamble, which sets out its purpose, namely the creation of a Europe free from violence against women and domestic violence, thereby seeking to establish a link between the achievement of gender equality and the eradication of violence against women.
The Convention protects women and girls, regardless of their origin, age, race, religion, social background, migrant status or sexual orientation, to name but a few examples. It also recognizes that certain groups of women and girls are at greater risk of violence, and that states have an obligation to ensure that their specific protection needs are taken into account. States are also encouraged to apply the Convention to other victims of domestic violence, such as children, men and older people.
The objectives listed above are specific manifestations of the main objective, and to achieve this, States must commit to implementing:
• Measures to protect and support victims;
• International cooperation to eradicate violence;
• An integrated approach involving the various authorities and organizations dealing with violence.
The Istanbul Convention covers every aspect of the process of eliminating violence against women, from prevention to legislative, social and cultural measures. Furthermore, the Convention calls for close cooperation between all stakeholders, both institutional and non-institutional, and requires joint action through established programmers.
The Convention requires States Parties to treat the following acts as criminal offences or otherwise
punish them:
• Domestic violence (physical, sexual, psychological or economic);
• Stalking;
• Sexual violence, including r**e;
• Sexual harassment;
• Forced marriage;
• Female ge***al mutilation;
• Forced abortion and forced sterilization.
The Convention therefore sends a very clear message that violence against women and domestic violence must not be regarded as a private matter. On the contrary, to emphasise the particularly traumatic effect of offences committed within the family, a more severe sentence may be imposed on the perpetrator of acts of violence against a wife, partner or family member.
The Convention requires signatory states to adopt legislative and administrative measures to comply with its provisions. States must ensure that crimes of violence against women are effectively prosecuted, guaranteeing victims the right to access to justice and adequate protection measures. In particular, the following obligations are set out:
• Amend national legislation to criminalize all forms of gender – based violence;
• Establish support services for victims, such as counter – violence centers,
safe refuges and helplines;
• Provide specific training to all professionals involved in assisting victims, including law enforcement officers, judges and healthcare staff;
• Collect accurate statistical data on gender – based violence, in order to monitor the effectiveness of the measures adopted and improve prevention policies.
The Convention establishes a monitoring mechanism responsible for verifying the implementation of its provisions. This mechanism is based on the analyses carried out by the two bodies that form its cornerstones: the Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, an independent body composed of experts, and the Committee of the Parties, a political body composed of official representatives of the States Parties to the Convention.
Their conclusions and recommendations will help to ensure that states comply with the Convention and that it remains effective in the long term.
The Istanbul Convention has faced criticism in some states for allegedly interfering with national laws and for promoting a broad definition of gender. However, public debate has highlighted that the main challenge lies in the effective implementation of its provisions. In particular, there are still shortcomings in financial support and in raising public awareness of gender-based violence, as well as cultural resistance that hinders change.
The images are courtesy of Pangea Onlus and the C.H.I.A.R.A. A.P.S. Anti - Violence Centre.

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